Breve antologia di Economia politica 'preadamitica'


G. Scaruffi, La vera luce, 1579
B. Davanzati, Lezione della moneta, 1588
W. Petty, Matematica politica, 1676
J. Locke, Considerazioni sulla riduzione dell’interesse, 1691
R. Cantillon, Saggio sulla natura del commercio in generale, 1734
F. Galiani, Della moneta, 1751
D. Hume, Saggi politici, 1752
J. Turgot, Riflessioni sulla formazione e distribuzione delle ricchezze, 1766


G. Scaruffi, La vera luce, 1579

«Considerata la reale proporzione che si trova tra oro e argento, tale che una parte d'oro puro valga per dodici di argento fino (per ordine, come credo, dato da Dio ed osservato dalla Natura, e come così anco è stato dichiarato dal divino Platone), fa di bisogno apprezzare o valutare essi metalli con prezzi certi, in base alli pesi di uno per dodici e dodici per uno, per poter fare le leghe corrispondenti in proporzione, così da far monete di varie sorti che restino per sempre nelli loro reali valori» (cap. 5).

«Occorre sapere che ‘peso’ altro non è se non una determinata quantità, come a dire una libbra, un'oncia o simile; e per il ‘numero’ s'intende tanto il numero della quantità di ogni sorte di monete che farà una libbra, quanto il valore di ciascuna moneta» (cap. 6).

«Si deve avvertire che la libbra di once dodici è il debito peso col quale si hanno a pesare l'argento e l'oro. (…) Ora, essendo la detta libbra di once 12, l'oncia si dividerà a sua volta in 24 denari, ed il denaro in 24 grani; tutti giusti, per doversene poi servire in questo maneggio tanto importante. E sotto questi pesi si dovranno in tutti i luoghi e paesi fare i campioni necessari delle monete, così d'oro come d'argento, per poter conoscere e sapere il giusto peso di esse, ed anco per il perpetuo mantenimento del loro valore» (cap. 8).

«Riassunto dei pesi e valori: 1 oncia di argento fino = 6 soldi; 1 oncia di oro puro = 6 x 12 = 72 soldi» (Idem).

«Dalle cose sin qui dette, manifestamente si conosce che in tutti gli strumenti e contratti, o pubblici o privati, che si faranno da ora innanzi, i notai ed i contraenti potranno ridurre e concludere la somma del credito o debito a peso di oro puro o di argento fino coniato, nel modo che per le tariffe appieno vien dichiarato; e sarà cosa facilissima da fare» (cap. 10).



B. Davanzati, Lezione della moneta, 1588

«Non ogni uomo nasce atto ad ogni esercizio, ma ciascuno ad uno; né ogni clima produce ogni frutto della terra, perché il sole e le stelle con diversi angoli ed aspetti la percuotono in diversi siti. Quindi è che un uomo lavora e s'affatica non per sé solo, ma per gli altri ancora, e gli altri per lui; e l'una all'altra città, e l’uno all'altro regno fornisce del suo superfluo ed è fornito del suo bisogno; e cosi tutti i beni di natura e d'arte sono accomunati e goduti per il commercio umano».

«La necessità insegnò prima ad eleggere un luogo, dove molti da molte parti con le loro robe traendo s'accomodava più agevolmente. E questa fu l'origine dei mercati e delle fiere. Poi questa comodità aperse gli occhi ad un'altra maggiore, che come s'era eletto un luogo, così poteva eleggersi una cosa, e farla valere per tutte le altre, e ogni altra dare e ricevere per un tanto di lei».

«Nella sua essenza la moneta è da definire oro o argento coniato dallo Stato, fatto dalle genti pregio e misura delle cose per contrattarle agevolmente. Dicesi coniato dal pubblico, perché sono rari i metalli che si trovano tutti puri; onde conviene, per far le monete eguali, ridurre il metallo ad una certa finezza, tagliarle d'un peso e suggellarle, per sapersi ch'elle siano leali, senza farne la prova ogni volta. E questo non è ufficio da privati uomini sospetti di frode, ma del Principe padrone di tutti: per ciò nessuno può far moneta del suo metallo, ma portarlo conviene alla Zecca pubblica, ed ella lo prende, e pesa, e saggia, e nota, e fonde, e allega, e cola, e schiaccia, e taglia, e aggiusta, e conia, e rende secondo la legge».

«Il denaro è il nerbo della guerra e della Repubblica, dicono gravi e solenni autori; ma a me pare egli più acconciamente detto il secondo sangue. Perché come il sangue, che è il sugo e la sostanza del cibo nel corpo naturale, correndo per le vene grosse e nelle minute annaffia tutta la carne, così l’oro è sugo e sostanza ottima della terra; che, correndo per le borse grosse nelle minute, tutta la gente rinsanguina, spendendosi via continuamente nelle cose che la vita consuma; e così rigirando mantiene in vita il corpo civile della Repubblica. Quindi assai facile si comprende che ogni Stato vuole una quantità di moneta che circoli, come ogni corpo una quantità di sangue che scorra».

«Ben si deve tenere gran conto del denaro dello Stato, e guardarlo da quei malori che quando è mal custodito si sogliono ingenerare, - falsità, monopolio, simonia, usura, e gli altri già sgridati e noti dappertutto. Io però, lasciati questi, di uno solo ragionerò, non così avvisato dai Principi, o trascurato, cioè l'andare essi la moneta ogni giorno peggiorando; del quale male da mostrare è la radice, il danno, lo scandalo, e il rimedio».



W. Petty, Matematica politica, 1676

«In breve, a nessuno manca ciò che può ottenere con sforzi adeguati. Che poi alcuni siano più poveri di altri, cosa che è sempre stata e sempre sarà, e che molti uomini siano per loro natura brontoloni e invidiosi, è un male tanto vecchio quanto il mondo» (Prefazione).

«C’è molto più da guadagnare con la Manifattura che non con l’Agricoltura, e più col Commercio che con la Manifattura» (Cap. 1).

«Se i beni di uomini laboriosi e ingegnosi, - che non solo abbelliscono il loro paese (...), ma incrementano anche la quantità di oro, argento e gioielli del Regno con il loro commercio e con le loro armi. Ebbene se i beni di questi uomini fossero ridotti con le tasse, - per essere trasferiti a coloro che non fanno niente se non mangiare, bere, cantare, suonare e ballare; o anche a coloro che studiano la metafisica o altre inutili speculazioni, o si impegnano in faccende che non producono nessun beneficio materiale o cose di reale utilità e valore per la comunità - allora la ricchezza dello Stato diminuirebbe» (Idem).

«Il grande e ultimo scopo del commercio non è la ricchezza in senso generale, ma l’abbondanza in particolare di argento, oro e pietre preziose. Ricchezze non deperibili, né mutabili come altre materie prime, ma che hanno valore sempre ed ovunque» (Idem).

«Bisognerà calcolare nel particolare quanta parte della popolazione è inabile al lavoro, per la tenera età o per invalidità. E quanta anche ne è esente, in ragione delle sue ricchezze, dei suoi incarichi e del suo rango, o in ragione delle sue responsabilità e attività. Quest’ultima parte dovrà pensare solo a governare, dirigere e proteggere coloro che sono destinati al lavoro e alle arti» (Cap. 2).

«Bisogna fare molta attenzione nel distinguere tra la ricchezza del popolo e quella del suo monarca assoluto che prende dove, quando e come vuole. Poiché i sudditi di due monarchi possono essere parimenti ricchi, pur essendo un Re ricco il doppio dell’altro. Se il primo prende per sé la decima parte delle sostanze del suo popolo, e l’altro solo la ventesima, ecco che il Re di un popolo più povero potrà sembrare più splendido e glorioso di uno più ricco» (Idem).

«La ricchezza di ogni nazione deriva principalmente dal ruolo che essa svolge nel commercio con l’intero mondo, piuttosto che nel commercio interno di comuni alimenti, bevande, vestiti, ecc., che apportano poco oro, argento, gioielli e altre ricchezze universali (Cap. 4).

J. Locke, Considerazioni sulla riduzione dell’interesse, 1691

«Il denaro è una merce universale, ed è necessario al commercio come il cibo alla vita» (Cap. 2).

«Oro e argento, sebbene abbiano una scarsa utilità, tuttavia comandano tutte le cose comode alla vita, e perciò nella loro abbondanza consiste la ricchezza. (…) La ricchezza non consiste nell’avere una maggior quantità d’oro o argento, ma nel possederne in misura maggiore rispetto al resto del mondo o ai nostri vicini. Cosicché noi si sia in grado di procurarci un’abbondanza di cose comode alla vita maggiore di quella che è alla portata dei Regni e degli Stati limitrofi» (Cap. 3).

«Vediamo adesso in che modo il denaro perviene ad avere la stessa natura della terra, col fruttare una certa entrata annua che noi chiamiamo interesse. Infatti, la terra produce naturalmente qualcosa di nuovo e di vantaggioso, qualcosa di valore per il genere umano; mentre il denaro è una cosa sterile che non produce alcunché, eppure trasferisce per contratto quel profitto nelle tasche di un altro. Il che succede per l’ineguale distribuzione del denaro; ineguaglianza che ha anche sulla terra lo stesso effetto che ha sul denaro. Poiché è il mio avere più denaro nelle mie mani di quanto io possa o sia disposto a utilizzare, che mi mette in grado di prestarlo; ed è viceversa la mancanza di denaro che rende un altro disposto a prenderlo in prestito. Ma perché allora costui paga l’interesse? Per la stessa ragione per cui l’affittuario paga l’affitto per la terra. Poiché, come l’ineguale distribuzione della terra procura un affittuario al possessore che non la coltiva, così la stessa ineguale distribuzione del denaro procura un affittuario al possessore che non lo usa» (Cap. 5).

«È perciò evidente che chi possiede abilità nei traffici, ma non ha denaro sufficiente per esercitarla, non solo ha ragione di prestarselo, per condurre il suo commercio e ottenerne di che vivere, ma ha anche l’altrettanta ragione di pagare l’interesse per quel denaro. Come colui che, essendo abile nella coltivazione dei campi, ma non ha terra propria per applicarvisi, non soltanto ha ragione di prendersi in affitto la terra, ma anche di pagare del denaro per il suo uso. Ne consegue che il prendere in prestito del denaro a interesse è non soltanto inevitabile, per la necessità degli affari e la costituzione della società umana; ma che anche ricevere un profitto dal prestito del denaro è altrettanto equo e legittimo che ricevere una rendita per la terra» (Idem).

«Quali cose vi sono di più utili o necessarie all’esistenza dell’uomo, o al suo benessere, dell’aria o dell’acqua? E tuttavia esse non hanno alcun prezzo, né fruttano denaro, poiché la loro quantità è immensamente maggiore del loro smercio. Ma non appena l’acqua giunga in un qualunque posto a ridursi al suo consumo, ecco che immediatamente comincia ad avere un prezzo, ed è talvolta venduta a più caro prezzo del vino. Da ciò consegue che le cose migliori e più utili sono comunemente quelle più a buon mercato; poiché, sebbene il suo consumo sia grande, tuttavia la generosità della provvidenza ha reso la loro produzione vasta e ad esso appropriata» (Cap. 6). 

«Tutto ciò che si fa per mezzo dell’interesse, non è altro che aggiungere al denaro, - mediante accordo privato o decreto dell’autorità pubblica – una facoltà che per natura esso non possiede, di incrementarsi ogni anno di un tanto» (Idem).

«Quando una nazione sta precipitando nella decadenza e nella rovina, il mercante e il possessore di denaro, qualunque cosa si faccia, saranno sicuri di morire di fame per ultimi» (Cap. 9).

«Il vino francese è divenuto fra noi inglesi una bevanda alla moda, e un uomo si vergogna di ricevere un amico, e quasi di pranzare egli stesso, facendone a meno. Il suo prezzo è salito a memoria d’uomo, e ciò impedisce forse di berne? No, tutt’al contrario: il modo di vivere d’un uomo è encomiato poiché egli lo pagherà qualunque prezzo, piuttosto che passare per un povero miserabile o per un sordido avaro. Insomma uno che non può, o non sa vivere bene, né trattare i suoi amici civilmente. La moda è, per lo più, nient’altro che l’ostentazione della ricchezza, e perciò l’alto prezzo che ad essa si confà ne incrementa, piuttosto che diminuirne lo smercio. La contesa e la gloria consistono nello spendere, non nella sua utilità; così si pensa e afferma che la gente vive bene quando può far mostra di cose rare e straniere, tali che i vicini non possano giungere al loro prezzo» (Cap. 10).


R. Cantillon, Saggio sulla natura del commercio in generale, 1734

«Una città capitale si forma allo stesso modo di una città di provincia, con la differenza che i più grossi proprietari di terre di tutto lo Stato risiedono nella capitale; che il Re e il governo supremo vi pongono la loro sede e vi spendono i redditi dello Stato; che vi risiedono pure i tribunali di ultima istanza; che colà è il centro delle mode prese a modello da tutte le province; che i nobili proprietari di terre residenti nelle province non mancano di venir talvolta a trascorrere qualche tempo nella capitale, e di inviarvi i loro figli perché vi vengano educati. In tal modo tutte le terre dello Stato contribuiscono più o meno al mantenimento degli abitanti della capitale» (I, 6).

«Il valore intrinseco e reale del grano corrisponde alla quantità-qualità di terra e di lavoro che entrano nella sua produzione. Se in uno Stato i fittavoli seminano più grano di quanto non occorra per il consumo dell’annata, allora essendovene eccessiva abbondanza, e più venditori che acquirenti, il prezzo del grano sul mercato cadrà necessariamente al di sotto del suo valore intrinseco. Se viceversa i fittavoli seminano meno grano di quanto ne occorra, allora vi saranno più acquirenti che venditori, e il prezzo di mercato del grano salirà al di sopra del suo valore intrinseco» (I, 10).



«Non sembra che la Provvidenza abbia dato diritto al possesso delle terre ad un uomo più che a un altro. I titoli più antichi sono fondati sulla violenza e sulle conquiste. Le terre del Messico appartengono oggi agli Spagnoli, e quelle di Gerusalemme ai Turchi. Ma in qualsiasi modo si giunga alla proprietà e al possesso delle terre, esse toccano sempre in sorte ad un esiguo numero di individui in rapporto a tutti gli abitanti» (I, 11).

«Soltanto il Principe e i nobili proprietari di terre vivono nell’indipendenza; mentre tutti gli altri ordini e tutti gli abitanti dello Stato o sono lavoratori al soldo, oppure fittavoli imprenditori.

Se il Principe e gli altri nobili proprietari di terre recingessero le loro proprietà e non volessero più farvi lavorare nessuno, è chiaro che non vi sarebbe cibo né vestiario per alcuno degli abitanti del Regno: di conseguenza, non solo tutti gli abitanti vivono del prodotto della terra che viene coltivata, ma vivono alle spese degli stessi nobili, dalle cui proprietà i cittadini traggono tutto ciò che hanno.

I fittavoli imprenditori godono generalmente di due terzi del prodotto della terra, uno per le spese e il mantenimento dei loro lavoratori, l’altro come profitto della loro impresa (...). L’aristocratico proprietario ha usualmente l’altro terzo del prodotto delle terre» (I, 12).

«Le terre appartengono ai proprietari, ma diverrebbero loro inutili ove non venissero coltivate. I signori hanno quindi bisogno degli altri abitanti, come questi ultimi hanno bisogno dei nobili. Ma in questa economia spetta ai proprietari, i quali hanno la disponibilità e la direzione delle terre, di orientare e spingere nel modo più vantaggioso tutto il sistema. In uno Stato perciò tutto dipende principalmente dal capriccio dei proprietari terrieri e dai loro modi di vita» (Idem).

«Intorno a un argomento che ha per oggetto tutti gli abitanti di uno Stato, si può concludere che, - ad eccezione del Principe e dei nobili proprietari di terre - tutti gli altri abitanti dello Stato sono dipendenti; che essi possono venir suddivisi in due classi, cioè in imprenditori e in salariati; e che gli imprenditori è come se avessero un salario incerto, mentre gli altri hanno un salario certo, sebbene le loro funzioni e il loro rango siano assai differenti» (I, 13).


«È necessario che la moneta, quale misura comune dei valori, corrisponda realmente e intrinsecamente alle cose che se ne danno in cambio. Essa non avrebbe altrimenti se non un valore immaginario. Se per esempio un Principato o una Repubblica dessero corso nello Stato a qualche cosa che non avesse un tale valore reale e intrinseco, non solo gli altri Stati non l’accetterebbero come buona, ma gli stessi abitanti la respingerebbero non appena si accorgessero del suo scarso valore reale» (I, 17).



F. Galiani, Della moneta, 1751

«La Storia è un non interrotto racconto degli errori e dei castighi del genere umano; onde è facile, in essa meditando e sugli sbagli altrui divenendo savio, emendare i primi o riparare i secondi» (Proemio).


«Tale è la luce della verità, che qualora si presenta all'animo luminosa ed aperta, sempre quasi antica e nota vi arriva» (Idem).


«In tutta l'America prima del suo scoprimento, quantunque nessun uso di moneta vi fosse, pure erano l'oro e l'argento sopra tutto stimati, e come cosa sacra e divina venerati. Né li adoperavano in altro che nel culto delle loro divinità, e nell'ornato del Principe e dei signori» (I, 1, § 2).


«È verissimo, a chi ben riflette, che non può un popolo arricchire senza render povero ed infelice un altro» (Idem, § 5).


«Altro è il sapere quanto pesano le antiche monete, altro quanto valgono. Il peso è facile saperlo, perché possediamo molte antiche monete ben conservate: ma il valore è il ragguaglio della moneta colle altre cose; giacché, siccome le altre cose tutte sulla moneta sono valutate, così la moneta sulle altre cose si misura. (…) Prego quindi i miei lettori che al valore delle merci si rivolgano ognora; e così il vero valore della moneta verrà fatto loro sapere» (Idem, § 7).


«Si potrebbe dire che la stima, o sia il valore, è un'idea di proporzione tra il possesso di una cosa e quello di un'altra. Così quando si dice che dieci staia di grano valgono quanto una botte di vino, si esprime una proporzione d'egualità fra l'aver l'una cosa o l'altra; onde è che gli uomini l'una cosa con l'altra cambiano; perché nella egualità non è perdita, né inganno» (I, 2, Introduzione).


«È verissimo che, appena si cessa d'aver bisogno d'una cosa ottenendola, subito si comincia a desiderarne un’altra» (Idem).

«Io stimo che il valore dei talenti degli uomini si apprezzi in quella stessissima maniera che si fa con quello delle cose inanimate, e che insieme si regge sopra i medesimi princìpi di rarità e utilità congiunti. Nascono gli uomini dalla Provvidenza a vari mestieri disposti, ma con ineguale proporzione di rarità, e corrispondente con mirabile sapienza ai bisogni umani: così di mille uomini, seicento, per esempio, ne sono unicamente atti all'agricoltura, trecento alle manifatture di varie arti inclinati, cinquanta alla più ricca mercatura, e cinquanta agli studi ed alle discipline sono disposti a ben riuscire. Or ciò posto, il merito d'un uomo di lettere paragonato al contadino sarà in ragione reciproca di questo numero, cioè come 600 a 50, o sia 12 volte maggiore. Non è dunque l’utilità che sola dirige i prezzi. Poiché Iddio fa sì che gli uomini, i quali esercitano mestieri di pubblica utilità, nascano abbondantemente; né può perciò il valore esserne grande, essendo questi quasi il pane e il vino degli uomini. Ma i dotti, i savi, che sono quasi le gemme tra i talenti, hanno meritamente altissimo prezzo. (...) Sopra questi saldi princìpi seriamente meditando, oh quanto la giustizia degli umani giudizi meravigliosamente riluce! Si troverà che tutto è con misura valutato. Si conoscerà che le ricchezze ad una persona non vanno che in pagamento del giusto valore delle sue opere» (Idem, § 9).


«Mi è necessario dimostrare un'altra importantissima verità, che i metalli hanno valore assai più come metalli che come moneta; onde si potrà concludere che si usano per moneta perché valgono, e non valgono perché si usano per moneta» (I, 3, § 2).


«Io definisco la moneta così: una comune misura per conoscere il prezzo d'ogni cosa. Il quale uso è utilissimo oltre ogni credere, perché senza una comune misura mal si conosce la proporzione delle cose; mentre solo riferendosi una ad un'altra la ragione fra loro due si viene ad intendere» (I, 4, § 4).


«La nostra felicità da niente altro deriva che dal formare retti e veri giudizi, non avendo le disgrazie tutte, senza eccettuarne veruna, altro padre che l'errore: ed i giudizi non sono mai veri, se le idee non sono vivacemente chiare nell'intelletto» (Idem).


«Sebbene i biglietti corrano in molte parti per moneta, pure io non so se, - quando questo paese che li usa divenisse tributario di un popolo nemico vicino - non so dico, se i conquistatori si contenterebbero di lasciarsi pagar coi biglietti, o se vorrebbero la moneta di metalli» (Idem, § 8).


«Di due pezzi d'oro io posso farne uno, con congiungimento che non è incastratura o legatura dell'arte, ma unione che la Natura fa, e l'arte non la può distinguere o percepire: ma di due diamanti non v'è arte di farne uno» (Idem, § 9).


«Sicché da quanto in questo primo libro si è detto, io voglio che i miei lettori ringrazino la divina Provvidenza, che dopo creati a nostro bene l'oro e l'argento, e fatticeli conoscere, li fece insensibilmente cominciare a vendere a peso, e così ad usar per moneta. A questo fine li ha dotati di valore intrinseco e d'altri convenienti attributi; e di tanta bellezza li ornò, che né la volubilità delle usanze, né la barbarie dei costumi, né la povertà, né la soverchia ricchezza hanno avuta forza di spiantare dal concetto degli uomini, con sostituirvi altre merci; valore che né i filosofi faranno mai vilipendere, né gli alchimisti sapranno moltiplicare. Voglio poi che si ringrazino le supreme potestà della terra, le quali migliorando le intrinseche qualità dei metalli, ed alla loro perfezione conducendole, hanno i metalli saggiati, purgati, pesati, divisi, e con la proprio impronta venerabile contrassegnati per sicurezza dei cittadini» (Idem, § 11).



D. Hume, Saggi politici, 1752

«Si ammette generalmente che, per quanto si riferisce al commercio, la grandezza di uno Stato e la felicità dei suoi sudditi sono inseparabili. E come i privati traggono dall’autorità pubblica una maggiore sicurezza nel possesso del commercio e delle ricchezze loro, così lo Stato diviene più potente proporzionalmente alla ricchezza e all’estensione del commercio dei privati» (cap. 1).


«La moneta non è una delle ruote del commercio: è l’olio che rende il movimento delle ruote più facile e scorrevole» (cap. 2).

«È evidente che la moneta non è altro che la rappresentazione del lavoro e dei beni che esso produce, e serve solo come metodo per valutarli e stimarli» (idem).


«Qui possiamo dunque apprendere la fallacia del rilievo, frequente negli storici e anche nella comune conversazione, secondo cui uno Stato è debole, - benché fertile, popoloso e ben coltivato – semplicemente per mancanza di denaro. È chiaro che la mancanza di denaro non può mai danneggiare uno Stato all’interno: poiché gli uomini e i beni che essi producono sono la vera forza di ogni comunità. È semplicemente il modo di vivere che nuoce al paese, quando confina l’oro e l’argento in poche mani e ne impedisce l’universale diffusione e circolazione» (cap. 3).


«Quando un popolo si è appena sollevato da uno stato selvaggio, e la sua popolazione ha oltrepassato il numero originario, deve sorgervi immediatamente una disuguaglianza di proprietà; mentre alcuni possiedono grandi estensioni di terra, altri sono confinati entro limiti ristretti, e altri ancora sono completamente privi di ogni proprietà terriera. Coloro che possiedono più terra di quanta ne possano lavorare, impiegano quelli che non ne possiedono affatto, e convengono di ricevere in cambio una determinata parte del prodotto. Viene così immediatamente creato l’interesse fondiario; non c’è convivenza organizzata, per quanto rozza, in cui le cose non si svolgano in questo modo» (cap. 4).


«Quando l’attività degli uomini si estende e le loro prospettive si fanno più ampie, si trova che le parti più remote dello Stato possono aiutarsi a vicenda come le più vicine, e che questo scambio di buoni uffici può essere portato al massimo grado di estensione e di complessità. Di qui l’origine dei mercanti, uno dei più utili gruppi umani» (idem).



«Quelle istituzioni delle banche, dei titoli e della carta-moneta, di cui tanto ci si serve in questo Regno, rendono la carta equivalente alla moneta. La fanno circolare attraverso tutto lo Stato, le fanno prendere il posto dell’oro e dell’argento, aumentando in proporzione il prezzo del lavoro e dei beni, e in questo modo o bandiscono una gran parte di quei metalli preziosi, o impediscono il loro ulteriore accrescimento. Ecco, ci può essere qualcosa di più ristretto delle nostre vedute in proposito? (cap. 5).


«Si deve tuttavia riconoscere che, siccome i problemi di commercio e di moneta sono estremamente complicati, c’è una determinata luce in cui questo argomento può essere situato, in modo da presentare i vantaggi della carta-moneta e delle banche come superiori ai loro svantaggi. Che facciano scomparire dallo Stato la moneta e il metallo pregiato è indubbiamente vero; e chiunque non vede più lontano di questo fa bene a condannarli. Ma la moneta e i metalli preziosi non sono così indispensabili da non ammettere una sostituzione, che può essere anche sovrabbondante, per l’aumento dell’attività e del credito commerciale, che può essere promosso dal retto uso della carta-moneta» (Idem).

J. Turgot, Riflessioni sulla formazione e distribuzione delle ricchezze, 1766

«Se la terra fosse distribuita fra tutti gli abitanti di un paese in modo tale che ciascuno ne avesse solo l’esatta quantità che gli è necessaria per nutrirsi, e niente di più, è evidente che, essendo tutti gli uomini uguali, nessuno vorrebbe lavorare per gli altri. Nessuno d’altra parte avrebbe di che pagare il lavoro altrui, perché ognuno non avendo altra terra che quella necessaria per riprodurre ciò che serve alla sua sussistenza, consumerebbe tutto il suo prodotto, e non avrebbe niente da scambiare con il lavoro degli altri» (§ 1).


«Il semplice operaio che non possiede nient’altro che le sue braccia e la sua operosità, riesce ad avere ciò che ottiene solo vendendo ad altri la sua fatica. Egli la vende più o meno cara, ma questo prezzo più o meno alto non dipende solo da lui: esso risulta dall’accordo che egli conclude con colui che paga il suo lavoro. Costui glielo paga il meno caro possibile che può. Così, potendo scegliere fra un gran numero d’operai, preferisce quello che lavora al prezzo migliore. Gli operai sono dunque costretti ad abbassare il prezzo in concorrenza tra loro. In ogni genere di lavoro si deve arrivare al punto, a cui in effetti si arriva, nel quale il salario dell’operaio si limita a ciò che gli è necessario per procurarsi la sua sopravvivenza» (§ 6). 


«Molto differente è la posizione del coltivatore. La terra gli paga immediatamente il prezzo del suo lavoro, indipendentemente da ogni altro uomo e da qualsiasi condizione. La Natura non contratta con lui per obbligarlo ad accontentarsi di ciò che gli è assolutamente necessario a vivere. Quello che essa gli dona non è in proporzione né con i suoi bisogni, né con una valutazione contrattata del prezzo delle sue giornate di lavoro: è bensì il risultato fisico della fertilità del suolo; e dell’idoneità, più che della faticosità, dei mezzi che egli ha impiegato per renderla feconda. Dato poi che il lavoro del coltivatore produce al di là del soddisfacimento dei suoi bisogni, egli, con questo superfluo che la Natura gli accorda come puro dono in più del salario della sua fatica, può acquistare il lavoro degli altri membri della società. Costoro vendendoglielo non ne guadagnano che la loro vita; mentre il coltivatore raccoglie, oltre alla propria sussistenza, una ricchezza indipendente e disponibile, che non ha comprato e che vende. Egli è dunque l’unica fonte di tutte le ricchezze che con la loro circolazione animano tutti i lavori della società, poiché il coltivatore è l’unico il cui lavoro produca oltre il salario del lavoro stesso» (§ 7).


«In origine la terra rendeva al padrone che la coltivava non solo ciò che gli era necessario per la sua sopravvivenza, non soltanto quello di cui abbisognava per procurarsi, con lo scambio, il soddisfacimento degli altri bisogni, ma anche un superfluo considerevole. Così egli poté, con questo sovrappiù, pagare degli uomini per coltivare la sua terra; e per gli uomini che vivono di salario tanto vale guadagnare con questo mestiere che con un altro. La proprietà terriera dovette dunque essere separata dal lavoro della coltivazione, e ben presto lo fu» (§ 11).


«È del tutto naturale che un uomo ricco desideri godersi tranquillamente la sua ricchezza; e che, invece di impiegare il suo tempo in lavori faticosi, preferisca dare una parte del suo superfluo a delle persone che lavorino per lui» (§ 13).


«C’è un altro mezzo di essere ricchi senza lavorare e senza possedere terre. (…) Questo mezzo consiste nel vivere di ciò che si chiama il reddito del proprio denaro, cioè dell’interesse che si ricava dal prestito di denaro» (§ 29).

«Tutta la classe impegnata a fornire l’immensa varietà di manufatti industriali, per fronte ai differenti bisogni della società, si trova per così dire suddivisa in due ordini. Quello degli imprenditori manifatturieri, padroni di fabbriche, tutti possessori di grossi capitali, che essi valorizzano anticipandoli e fornendo possibilità di lavoro. Mentre il secondo ordine è quello composto di semplici operai, che non posseggono altro bene che le loro braccia, che non anticipano che il loro lavoro giornaliero, e non hanno altro profitto che il salario» (§ 61).


«La classe dei coltivatori si divide come quella dei fabbricanti in due ordini di uomini. Quello degli imprenditori o capitalisti, che fanno le anticipazioni di tutti i mezzi necessari, e quello dei semplici operai salariati. Si capisce come siano soltanto i capitali quelli che costituiscono e sostengono le grandi imprese agricole; che danno alle terre un valore di locazione costante, e quindi assicurano ai nobili proprietari una rendita sempre uguale, nonché la più grande possibile» (§ 65).


«Un mercante vende le sue mercanzie al dettaglio ai consumatori; un altro non vende che all’ingrosso ad altri mercanti: ma tutti hanno in comune il fatto che comprano per rivendere» (§ 67).


«Si capisce come la coltivazione della terra, le manifatture di ogni genere, e tutti i rami del commercio, siano fondate su una massa di capitali, cioè di ricchezze accumulate. Che, essendo state inizialmente anticipate dagli imprenditori, devono loro rientrare con un profitto costante. Deve cioè rientrare il capitale, per essere reimmesso ed anticipato di nuovo, onde continuare l’attività delle imprese; e deve però entrare anche il profitto, per la sussistenza più o meno agiata degli imprenditori. Sono quest’anticipazione e questo rientro continuo di capitali, a costituire ciò che si deve chiamare circolazione del denaro, la circolazione utile e feconda che anima tutte le attività della società, che dà movimento e vita al corpo politico dello Stato, e che perciò a ragione viene paragonata alla circolazione del sangue nel corpo animale» (§ 68).


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