Il bello dei Greci
Su l’estetica e l’etica della bellezza in Platone
«le cose belle sono difficili» (Repubblica, IV, 435c)
L’Ippia maggiore
(chiamato così per distinguerlo dal minore) è un’opera giovanile del celebre pensatore
ateniese, dove costui prende di petto appunto quest’argomento, anche se a modo
tutto suo. La scena del Dialogo è la stessa degli altri di questo periodo. Con
Socrate protagonista, rappresentato come uomo del popolo, caso unico di filosofo da strada nell'Atene classica. Il quale tipo anomalo se ne va in giro per la città, dove incontra
gli altri con cui attacca bottone, come in questo caso Ippia. Anche costui è un
personaggio reale, celebre sofista dell’epoca. Un ‘polimatico’, cioè uno che
sapeva un po’ di tutto. Scienziato e storico, enciclopedista a tutto tondo, ma
anche uomo di mondo. Tipo avvocato e politico del tempo, nonché insegnante
privato di queste materie ai giovani di buona famiglia. Uno pieno di doti
quindi, giusto col difetto di curare con un certo eccesso il proprio interesse
economico, ma proprio nel senso monetario del termine.
Lo dico perché proprio questa ‘debolezza’ dei Sofisti per il
denaro è l’obiettivo polemico più ricorrente cui Platone ricorre per screditarli. In sostanza il filosofo accusa questi ‘stranieri’ (nel senso
di Greci, ma non Ateniesi) d’essere convenuti in città solo per farsi i loro
volgari affari economici privati, commisti a certi loschi affari politici
pubblici. Gente che intanto si faceva nientemeno che pagare l’insegnamento, e a
caro prezzo, con l’inaudito scandalo di fare anche del sapere una merce come
un’altra. Ricordo appena che all’epoca Atene non era solo la prima Democrazia
della Storia, ma anche il primo Mercato. Almeno nel senso proprio del termine,
di scambio tramite compra-vendita in moneta. E il nostro pensatore disprezzava la
nuova categoria emergente degli uomini d’affari, solo avidi di guadagno, ma odiava
appunto più di tutti quei ‘mercanti’ di parole. Per lui era il colmo
dell’indecenza trarre profitto dalla conoscenza, cioè metterla in vendita, ossia
farsi pagare dagli altri perché ne possano disporre. Così come usare le proprie
competenze per fare carriera, o prestare consulenza politica, con sempre la
stessa meschina brama di arricchire. Certo, per un aristocratico come Platone
era facile guardare gli altri dall’alto della sua posizione privilegiata.
Tuttavia la sua critica alla mentalità mercantile, benché sparsa fuggevole qua
e là, è lucida, puntuale, e sul serio ante
litteram. Come anche quella dell’aristocratico Aristotele, beninteso.
Né questo basta, perché peggio ancora i Sofisti spacciavano
per sapienza la loro subdola arte retorica. O sia la capacità di fare bei
discorsi all’insegna del facile ottimismo, ma solo allo scopo di accattivarsi il
plauso delle assemblee pubbliche. Una roba che poi essi insegnavano anche agli altolocati
allievi, appunto di adulare gli ascoltatori e raccontargli ciò che amavano
sentirsi dire. Non faceva differenza se parlare per influenzare le giurie in
tribunale, oppure i raduni del popolo chiamato a prendere decisioni.
L’importante era incantare le persone, perché la retorica se ne infischia di
verità e giustizia, e guarda solo all’interesse del retore. All’esatto
contrario di Socrate, appunto, che portava invece uno scomodo messaggio di verità
contro le false credenze diffuse e credute da tutti. Cosa che dava quindi fastidio
non solo ai potenti, ma spesso anche ai suoi concittadini. Che infatti alla
fine, appena ne hanno avuto l’occasione, l’hanno democraticamente condannato a
morte. Anche Platone però non ha detto tutta la verità, o almeno è stato
alquanto fazioso. Perché non ha riconosciuto neanche
una volta che quei Sofisti, nonostante tutto, furono comunque intellettuali di
tutto rispetto, i quali peraltro hanno detto assai più verità che non lui stesso.
Sta di fatto che il nostro Ateniese s’è inventato questo delizioso
genere letterario dialogico. Espediente col quale sembra proprio sceneggiare i
propri racconti filosofici. Con un talento di scrittore tale che, a leggerli, sembra
quasi di stare a teatro. Tutte le storie sono ovviamente inventate, - tranne l’Apologia e il Fedone. Di cui il primo, tale anche in senso cronologico, è piuttosto
un Monologo, in cui Platone descrive l’autodifesa di Socrate nel giorno del
processo, al quale è stato trascinato ingiustamente. Sicché in questo caso, a
parlare davanti al tribunale cittadino, è la bocca della verità che difende se
stessa, e non un sofista che difende un ‘cliente’. Mentre il Fedone racconta il giorno finale di vita
del vecchio filosofo, con l’ultima visita degli amici in carcere, le sue ultime
parole, fino al momento dell’esecuzione di condanna.
Altrimenti sia chiaro che i personaggi degli altri Dialoghi,
anche se reali, sono però degli ‘attori’, perché recitano la parte che l’autore
e ‘regista’, cioè Platone, assegna loro. Tutti i primi scritti sono ugualmente
imperniati secondo un più o meno stesso schema collaudato. Da un incontro
amichevole, spesso casuale, che prende presto la piega dello scontro culturale,
- tra Socrate e i Sofisti appunto. Di questo plebeo, povero, sedicente
insipiente, ma in realtà sottile indagatore. Il quale se la prende cortesemente
con quei facoltosi e rinomati maestri di virtù a pagamento. Per mostrare come, se
messi alle strette da lui, in fondo non siano poi così sapienti come essi
stessi dicono, e come agli altri sembrano essere.
Anche questo testo di cui vado a parlare, come gli altri
della prima produzione platonica, si conclude con un nulla di fatto. Sono
Dialoghi ‘aporetici’, come si dice, cioè percorsi ‘senza uscita’. Nel senso che
Socrate va ogni volta cercando la definizione di qualcosa, che alla fine però non
si trova. Così in questo caso egli chiede appunto all’interlocutore che cosa
sia mai bello. Secondo la tipica rappresentazione dell’uomo curioso, d‘aspetto e
di mente. Inoltre ironico, nonché apparentemente sprovveduto. Le sue sembrano
sempre domande facili, ovvie, solo che poi ogni tentativo di risposta è da lui bocciato.
Ecco il Socrate ‘fastidioso’, il «tafano» (Apologia, 30e) pungolatore, che va
facendo domande imbarazzanti, perché poi a qualsiasi risposta gli si propone,
lui ribatte circostanziato che non è quella da lui cercata. Un canovaccio che appunto
si ripete in tutti i più di dieci Dialoghi del primo periodo. Su argomenti più
o meno sempre dello stesso tenore, come il bene, il giusto, la scienza, l’ispirazione
poetica, la pietà, l’amore, l’anima, la morte, e così via. Tuttavia, anche se
inconcludenti, queste opere sono lo stesso illuminanti. Perché, a parte il
piacere della lettura, c’informano almeno su ciò che quelle ‘cose’ non sono. O meglio,
sul fatto che spesso non sono ciò che di solito si crede che siano.
Così Socrate, dopo i soliti convenevoli iniziali, pone a
Ippia il fatidico quesito. Si rivolge a lui con la tipica ironia. Cioè anche
lui ‘finge’, solo che non da sofista adulatore del popolo, bensì da umile
filosofo che ‘liscia’ i rinomati sapienti prezzolati. In questo caso si rivolge
al sofista come a colui che solo può toglierlo dall’imbarazzo in cui si trova,
per via del turbamento che gli provoca il non sapere da dove o cosa si possa
riconoscere la bellezza. Prima ancora di ottenere risposta, però, egli precisa subito
meglio la domanda, insinuando un dettaglio furtivo. Dice che, siccome tutte le
cose belle sono belle per «il bello», allora esso è qualcosa che deve esistere
di per sé. E lui chiede appunto che gli si dica che cosa sia questa ‘cosa’.
A tutta prima Ippia fa un po’ il gradasso, ritenendo un gioco
da ragazzi risolvere la questione. Bella, egli dice, è una bella ragazza.
Prestando così il fianco alla pronta obiezione di Socrate. Il quale ha chiesto in
realtà di sapere non che cosa sia bello, ma che cosa «il bello». Cioè non
l’aggettivo, bensì il sostantivo, e con tanto di articolo determinativo.
Altrimenti la definizione cercata sarebbe solo un elenco infinito di tutte le
infinite cose belle che ci sono al mondo. Mentre lui cerca proprio quella cosa
unica che rende mirabili tutte le cose ammirevoli.
Allora Ippia, che non coglie la sottigliezza, azzarda un
altro maldestro tentativo. È l’oro dice, ciò che rende belle le cose. No,
obietta ancora l’altro, perché ci sono oggetti bellissimi fatti anche di altri
materiali, come l’avorio o il bronzo. Il sofista pensa quindi a un bel vestito,
che rende bello chi lo indossa. Ancora smentito dal filosofo, perché l’abito
non fa essere belli, ma casomai solo apparire più belli. Per cui anzi, l’abbigliamento
raffinato è piuttosto un sotterfugio ingannevole per ‘coprire’ la verità di
quello che siamo.
Il sofista non si capacita che un intellettuale del suo
calibro non riesca a definire una cosa che pure è sicuro di sapere. Avanza la
scusa d’essere stato preso alla sprovvista, ma che con un po’ di tempo per
pensarci su, di certo ne sarebbe venuto a capo. Allora Socrate, per toglierlo
dall’imbarazzo, si propone lui di tentare una definizione, per poi magari vedere
se l’altro è d’accordo.
Ecco però che, senz’avvisare, il filosofo allarga il discorso.
Perché dalla bellezza delle cose di cui si parlava, egli con disinvoltura tira
in ballo il ‘bello della vita'. Così suppone a questo punto che esso sia l’utile
economico, nel senso che debba servire a qualcosa. Un evidente sproposito, perché
la bellezza non è un mezzo per altro, ma casomai fine a se stessa. Eppure l’avventato
Ippia condivide entusiasta la definizione utilitaria. Sì, egli dice, come il ‘bello’
di fare politica, utile perché serve a governare gli uomini. Proprio l’amo cui
Socrate voleva che abboccasse. Infatti, facendo finta di pensarci meglio, costui
replica che non può essere quello il ‘bello’ cercato. Perché se uno legifera
senza sapere quello che fa, allora non solo è inutile, ma dannoso. Oppure se usa
il potere sopra i suoi simili a proprio vantaggio, neanche questo può dirsi che
sia ‘bello’. Casomai lo è il rendersi utile agli altri, sì, ma sul serio, e non
per finta opportunista. Fino al limite della capacità di essere buoni, che è
appunto non la cosa, bensì l’azione più ‘bella’ che ci sia.
Ecco allora come per Platone il concetto estetico assuma un
significato etico, cioè come il senso della bellezza s’accosti al sentimento
della benevolenza. Solo che oggi questa è solo una metafora linguistica. Perché
il bene è bello anche per noi, sì, ma solo in senso figurato. Mentre secondo l’Ateniese
era il ‘Bello’ stesso a essere moralmente buono, per così dire. Anzi più
ancora, perché qui, ancora in giovane età, il filosofo addita la bellezza come
addirittura la causa stessa del ‘Bene’. E tanto basti per proseguire il
racconto, senza dover entrare nei supposti filosofici dell’Idealismo platonico.
A questo punto Ippia sembra convinto. L’utile è ‘bello’, sì,
ma solo a condizione che sia utile agli altri, più che a se stessi. Laddove
Socrate invece, non è soddisfatto ancora, e anzi adesso è la sua stessa ipotesi
a vacillare. Pur di contraddire l’avversario, egli contraddice se stesso.
Infatti, ammesso che tra il bello e il bene ci fosse veramente un rapporto di
causa-effetto, come ad esempio tra martello e chiodo, allora i due non sarebbero
la stessa cosa. Anzi in tal caso quelli sarebbero ben distinti, quindi ben diversi
tra loro. E se non sono uguali, allora vuol dire che il bello non è il bene, e
viceversa. Per questo la nozione di utilità, che sembrava unirli, in realtà divide
i due termini. E siccome una cosa simile è inammissibile, allora l’utilitarismo
va scartato del tutto per la definizione che si va cercando. Perché l’utilitario
guarda alla convenienza delle cose, - economica o politica che sia - mentre la
bellezza non è una questione d’interesse.
Così Socrate torna sui suoi passi, per avanzare ancora lui un
ultimo tentativo di sviscerare quello sfuggente concetto. Bello non è l’utile, dice,
ma il dilettevole. Perché ogni cosa bella suscita un piacere. E non solo per
gli occhi, ma anche per l’udito, - come quando si tratta di musica suonata, oppure
di versi recitati. Il che sarebbe perfetto, se non fosse che Platone stesso ha
un serio problema con tutto ciò che è piacevole ai sensi. Ecco allora che
presto l’indagine devia nuovamente, o meglio esonda dal suo corso naturale. Ancora
una volta il contesto s’allarga, e anzi si alza, dal piano terra estetico al
primo piano etico dell’indagine.
Per farla breve, questo pensatore fu profondo amico
dell’anima spirituale, e per questo fiero nemico del corpo materiale. Da tale
sorta di rigido dualismo, tipico dell’Idealismo filosofico, si spiega l’ascetismo
tipico del Platonismo. Che esorta a ingaggiare una sorta di scontro interiore,
cioè proprio dentro se stessi, tra i pensieri intellettuali e i sensi corporali,
di cui ogni essere umano è composto. Ecco, invece di provare a conciliare le
due ‘sfere’, Platone proclama la necessità di doverle assolutamente separare. Proprio
perché la sua mentalità riteneva che, per il bene dell’anima, occorresse
disfarsi del corpo, e specialmente dei suoi godimenti.
Allora ecco qual è il problema. Che qualsiasi appagamento è
sempre piacevole, perché quello ogni volta è una soddisfazione, cioè un
desiderio che si realizza. Solo che questo fatto naturale, secondo Platone, è
per definizione la conseguenza di un atto ‘peccaminoso’ del corpo, ma appunto nel
senso di dannoso per l’anima. Sicché, essendo il bello anch’esso un gusto
piacevole dei sensi, come può conciliarsi con l’anima? Ossia come legittimarlo,
rispetto alla condanna universale del piacere? O ancora, come distinguerlo tra
le tante altre godurie ‘scabrose’ della vita? Perché in effetti certo, un conto
è per esempio l’edificante ammirazione di un’opera d’arte, o di un paesaggio.
Un altro darsi al mangiare, bere, dormire, o fare sesso.
Come discriminare quindi, tra le molte sensazioni piacevoli,
quelle suscitate dal bello? Oppure, come riconoscere un salutare, singolare piacere
dell’anima, rispetto ai molti ‘nocivi’ del corpo? O ancora, come trovare
un’eccezione plausibile all’inflessibile regola ascetica? Ebbene questa è
un’impresa proprio impossibile, almeno per Platone. Appunto perché, data la rigida
separazione di principio che egli pone tra l’anima e il corpo, non c’è ponte
che possa superare quell’abisso. Sicché il filosofo deve mantenere in
equilibrio un’assai precaria posizione. Per ‘salvare’ il bello come bene
dell’anima, deve contestare in qualche modo che esso sia un piacere del corpo. Solo
che, come contraddire l’evidenza del fatto che quella estetica è comunque sempre
un’esperienza fisiologica? Qualcosa che coinvolge in pieno la carnalità stessa
della persona che ne gode?
Impossibile appunto, per cui non se ne esce. Finché «il
bello» risulta essere un piacere dei sensi, allora non può anche riuscire un
bene dell’anima. Ecco allora Socrate insinuare un dubbio sulla pur evidente fisicità
della bellezza. Come spiegare, infatti, la varietà delle sue forme? Cioè,
perché mai guardare un bel quadro, oppure ascoltare una bella musica, provoca
la stessa intensa sensazione di piacere? Quando pure sono non solo opere, ma
anche due esperienze, - visiva e uditiva - così diverse? E com’è possibile
allora che, anche se uguali non sono, però quelle opere nemmeno possono essere
differenti? Perché altrimenti una sarebbe bella e l’altra no. Che rapporto c’è
quindi, quale nesso esiste tra quelle bellezze, al tempo stesso ugualmente e
diversamente belle?
Niente da fare, tutto questo non si spiega. A meno che la
bellezza sia concepita non più come una cosa, bensì quale una «Idea». Non un
pensiero umano, attenzione, ma un ‘oggetto’ anche questo, solo che dell’anima. Cioè
non sensibile come tutte le cose che esistono, bensì ‘soprasensibile’. Non
fisico, ma ‘metafisico’. Un ‘ente ideale’ che, come gli altri suoi ‘simili’,
non si troverebbe situato sulla Terra, e nemmeno dentro l’Universo, bensì in un
supposto, apposito altro ‘mondo sopra celeste’. Ecco allora che a queste
condizioni «il bello», essendo qualcosa di ‘insensibile’, non potrebbe mai essere
veramente oggetto dei sensi. Nonostante a prima vista, cioè in apparenza, possa
sembrare che sia così.
Così Platone fa tutto da solo. Prima pone la contraddizione
materialista, e poi trova la soluzione idealista al problema della bellezza. Infatti
non si scappa dalla sua ‘logica’. Se il gusto estetico si riducesse a un fatto
di mèra sensibilità piacevole del corpo, allora non potrebbe avere niente a che fare con la
spiritualità intellettuale dell’anima. Proprio perché quest’ultima tenderebbe
per sua propria natura a separarsi, o almeno liberarsi il più possibile dal ‘carcere’
corporeo e dalle ‘catene’ dei suoi piaceri. Poiché quindi «il bello»,
considerato come un affare dei sensi, suscita problemi insanabili, allora
quello dev’essere per forza qualcos’altro ancora. Cioè, appunto, una roba di un
altro mondo. Qualcosa che così spiegherebbe come mai tutte le opere d’arte, pur
di tanti diversi tipi, però siano accomunate dalla medesima «Idea» di lassù. E della
quale ogni cosa bella quaggiù sarebbe ‘imitazione’, o ‘partecipazione’. Quanto
a quel sentimento di piacere, che pure la contemplazione estetica evidentemente
suscita, - ebbene quello non è «il bello» stesso, quanto piuttosto solo un suo
effetto fisiologico secondario.
Ecco, io un po’ l’ho detto, mentre il Dialogo si conclude appunto
senza che il mistero sia svelato. La ricerca finisce senza la cattura del
ricercato. Il lettore resta a bocca asciutta, perché Socrate, anzi Platone,
ancora non scopre le sue carte. A quest’età giovanile la dottrina delle «Idee»,
e del loro relativo ‘mondo’, compare giusto allusivamente, perché ancora in
gestazione nella testa del filosofo. Il Dialogo termina con Ippia stesso che
perde la pazienza, insofferente perché, con la piega che ha preso la
discussione, non se ne viene a capo. Stanco d’essere prima interrogato, e poi
contraddetto a ogni risposta, accusa Socrate di fare discorsi senza capo né
coda. Infine lo esorta a lasciar perdere certe minuzie inconcludenti, perché
quelle stupide chiacchiere non gli porteranno altro che la fama di essere uno «sciocco».
Laddove il filosofo, per niente turbato, e invece di replicare alle accuse
pesanti, lamenta l’esito negativo del ragionamento. Egli continua a ignorare
cosa sia «il bello», e se ne rammarica. Perché comunque consapevole che quella
dovrebbe essere la prima cosa da sapere.
Giorgio Rosati, Infod’Annata, fine dicembre ’17 giorgiorst@gmail.com
Per chi ha letto fin qui, e magari ha voglia di sbirciare
direttamente l’opera, può trovarla al seguente indirizzo: http://www.ousia.it/content/Sezioni/Testi/PlatoneIppiaMaggiore.pdf
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