Lezione di storia e filosofia del Lavoro
SULL’ORIGINE DELLA RICCHEZZA E DEI
RICCHI
Benché sommessamente, però ci tengo a
sostenere che c’è solo un modo di combattere la povertà dei poveri, ed è quello
di combattere la ricchezza dei ricchi. Poiché quest’ultima non può essere la
cura, essendo la causa della prima. Il quale concetto, siccome a tutta prima può
suonare banale, vorrei qui assicurare che non lo è. Intanto faccio notare che la
povertà esiste sì separata, ma altresì inseparabile dalla ricchezza. Tant’è
vero che i poveri esistono anche nei Paesi ricchi, e viceversa i ricchi si
trovano anche nei Paesi poveri. Perciò nemmeno ha senso pensare che si possa
diventare tutti ricchi, o tutti poveri, appunto perché vien da sé che l’una
condizione può darsi, o togliersi, solo col dare o togliere l’altra. Per
concepire questo nel giusto verso, però, occorre riuscire a distinguere tra la
ricchezza e i ricchi. Perché la prima è di per sé qualcosa di buono e giusto,
mentre dei secondi si può ben dire diversamente.
Per cominciare occorre chiarire che la
ricchezza non è ciò che di solito si crede. Perché anzitutto non sono i soldi.
Figuriamoci, di per sé l’Euro, o il Dollaro, e comunque tutto ciò che circola attualmente,
non vale il becco di un quattrino. E ai tempi della Lira il denaro valeva se
possibile ancora meno. D’altra parte, il lusso di Templi e Palazzi esisteva già
ben prima che fosse inventata la moneta, per cui la ricchezza nell’Antichità
doveva per forza essere qualcos’altro. Paradossalmente però, nemmeno l’oro in
se stesso può dirsi propriamente tale, perché anche il metallo prezioso, come la
carta straccia, serve solo a comprare qualcosa, o qualcuno. Per cui questi sono
casomai mezzi di scambio, strumenti di potere d’acquisto della ricchezza, ma
non la ricchezza stessa.
Invece, e a dire il vero, essa è piuttosto
IL FRUTTO SOVRABBONDANTE CHE MATURA DAL
LAVORO UMANO.
Ecco allora verso dove prestare
attenzione, per capire questa cosa, - al lavoro appunto. E però non inteso alla
superficie per com’è, bensì nel senso profondo di che cos’è. Proprio perché il
come e il cosa, cioè il dato di fatto e la questione di principio di quest’atto,
invece di combaciare come dovrebbero, sono tra loro contraddittori. Il che non
succede oggi, ma da sempre, purtroppo per chi lavora. Prima di questo però, cioè
più in generale ancora, guardando in quella direzione scorgiamo nientemeno che la
chiave di volta del nostro mondo. Poiché si scopre che è proprio quello, il
lavoro, l’autentico fondamento su cui posa e si erige il nostro intero sistema
di vita. Non certo appunto i soldi, ma tantomeno gli Stati. Questo fecondo
punto di vista, infatti, fa vedere non solo l’origine della ricchezza, ma anche
della stessa civiltà, nonché il fatto che le due cose siano andate di pari
passo. Così è già possibile stabilire un punto fermo di partenza. O sia che, siccome
l’uomo non ha sempre lavorato, allora nemmeno la ricchezza è sempre esistita, e
quindi neanche la differenza tra ricchi e poveri.
Premessa la definizione, passo al più
breve resoconto possibile di quando, dove, come e perché sono cominciate le
cose di cui parlo. Per cui descriverò le origini del lavoro, fino alla comparsa
della ricchezza, e quasi a ruota della civiltà. Ebbene tutto inizia circa
diecimila anni fa, con la RIVOLUZIONE AGRICOLA. Quando, nella regione compresa
tra i fiumi d’Egitto e Mesopotamia, l’uomo diventò per la prima volta
contadino, cioè appunto lavoratore della terra. Tanto tempo fa dunque, eppure anche
assai poco, se solo si considera che già allora il genere umano esisteva ormai
da ben due, tre milioni di anni. E che in quello sterminato frattempo i nostri
antenati sono vissuti ed evoluti appunto senza lavorare. Cioè esattamente come
gli altri animali selvaggi, vagabondi alla ricerca di cibo, dalla raccolta di
vegetali spontanei alla caccia di prede carnali. In ogni caso, a parte i
dettagli sul prima, fu proprio da quel momento, con la scoperta della
coltivazione, peraltro fatta tutta al femminile, che i nostri avi presero a
produrre direttamente, essi stessi da se stessi, quanto serviva alla loro vita.
Ciò che appunto costituisce l’essenza del lavoro, autentica specialità della
nostra specie rispetto agli altri viventi. I quali ultimi si sostentano appunto
esclusivamente di ciò che fornisce loro direttamente la Natura. Certo è che da
allora, da quando abbiamo cominciato a lavorare, non abbiamo più smesso, né
possiamo più smettere di farlo. Almeno se vogliamo continuare nel nostro
distintivo modo di vivere. Altrimenti, se il lavoro si fermasse, torneremmo
presto a uno stile di vita selvatico. Già si capisce quindi come l’avvento di
questa novità costituisca altresì il vero spartiacque tra la lunghissima Preistoria
umana e la tutto sommato breve Storia successiva. Perché è proprio con quella scoperta
che abbiamo compiuto non il passo, ma il salto da uno stile di vita animale come
gli altri, a quello esclusivo di vita civile. Perciò quell’evento di diecimila
anni fa costituisce esso sì il vero Anno Zero, quello cioè prima e dopo il
quale le sorti dell’umanità non sarebbero più state le stesse.
Attenzione però alla definizione che ho
dato. Perché già da quella si evince che la ricchezza, - sebbene non sia il
denaro di oggi, né l’oro di una volta – però nemmeno può dirsi tutto quanto gli
uomini si procurano lavorando. Perché anzi essa è piuttosto solo una parte del
prodotto ottenuto. Più precisamente qualcosa che avanza alla fine di ogni ciclo
produttivo, una volta pareggiati i conti tra costi e ricavi dell’impresa. Intanto, per spiegare questa cosa, è bene
chiarire che il lavoro, come ogni cosa tranne la moneta, non si crea dal nulla.
Al contrario, chiunque intenda mettersi all’opera deve prima disporre di ciò
che occorre, - tipo come minimo materie prime da lavorare, attrezzi e luogo da
lavoro, nonché il necessario a sostentare gli uomini impegnati nella produzione.
Sicché l’atto lavorativo crea sì ricchezza finale, ma comporta altresì una
spesa iniziale. Lo stesso seme piantato per la prima volta, s’è dovuto sottrarre
al consumo immediato, per poterlo investire nella coltivazione. Perciò ogni processo
produttivo di qualsiasi cosa può cominciare soltanto a condizione di fornire in
anticipo tutto il necessario che serve a quello scopo. Solo una volta soddisfatti
quei requisiti preventivi, allora il lavoro può procedere, realizzarsi, e
compiersi nel prodotto finito. Cui segue finalmente l’ora di fare le parti,
cioè decidere la destinazione d’uso e consumo dei beni ottenuti.
Ora, il principio logico appena
enunciato, della ricchezza come parte in più di un tutto, si spiega anch’esso già
solo guardando al principio della Storia, per vedere come sono andati i fatti. Infatti
cos’è successo, che per almeno i loro primi tre, quattromila anni di
Agricoltura, - e quindi già di vita non più nomade, ma sedentaria - gli uomini
hanno vissuto in modeste comunità di villaggio, senza dare alcun segno di
ricchezza. A causa del semplice fatto che per quel così lungo tempo la gente
consumava tutto quanto il magro raccolto che riusciva a produrre. Sarebbe a
dire che, tolta una parte come cibo per la comunità, e un’altra come scorta di semi
per la stagione successiva, quegli uomini riuscivano a vivere, ma senza che gli
rimanesse niente da parte. Chiudevano insomma i conti in pari, sempre ammesso
che la coltivazione andasse a buon fine. Così all’inizio sono occorsi tutti
quegli anni, perché il raccolto cominciasse a eccedere il bisogno della mèra sussistenza.
Per cui è solo col miglioramento assai lento delle tecniche agricole, che una
parte di prodotto ha preso ad avanzare, come qualcosa di disponibile oltre le
necessità quotidiane della vita e del lavoro. A quel punto, soddisfatti i
consumi e accantonate le scorte, ecco comparire un resto, un di più, che perciò
sul momento non serviva. Insomma un che di valore, ma inutile perché
inutilizzato. Un plusvalore appunto, come si dice, ma comunque qualcosa da accumulare
in qualche modo, conservare da qualche parte, e destinare a qualche scopo.
Ecco, questa è esattamente l’origine
storica, e insieme l’autentico significato logico della ricchezza. Ecco anche la
sua prima materia e forma, cioè non metallo prezioso, né carta straccia, bensì
cereali, - orzo o grano. Su come sia andata all’inizio di quei tempi, cioè su
che fine abbia fatto il primo sovrappiù produttivo dell’umanità, non possiamo
saperlo. Non è però difficile ipotizzare che fossero i capi anziani del
villaggio agricolo a sovrintendere l’amministrazione di quei beni eccedenti. I
quali è probabile che fossero equamente distribuiti tra tutti, o comunque
consumati insieme nelle occasioni di festa. Di certo invece sappiamo com’è andata
a finire, quella primitiva fase di civiltà. Infatti, non è una supposizione
quel ch’è successo a capo di quel primo, lungo, e quasi insignificante periodo.
O sia che la produzione, per millenni appena sufficiente o poco più, non raggiunse
un livello tale da provocare la RIVOLUZIONE URBANA, col sorgere delle prime
città sui fiumi Nilo, Tigri ed Eufrate.
A quel punto la svolta epocale fu compiuta,
era ormai sorta l’alba della civiltà, e con essa decise le sorti dell’avvenire.
Ora la ricchezza umana aveva trovato il suo posto, da cui non si sarebbe più
mossa. Con il rivoluzionario tipo d’insediamento, infatti, la novità non è solo
una costruzione architettonica in pietra, ma altresì e insieme l’istituzione
giuridica dello Stato. La città, infatti, già nasce proprio come Stato, e anzi
meglio col suo uomo, il Re. Ecco la prima losca figura della Storia, il primo
esemplare umano che ostenta magnificenza di ricchezza e potenza. S’intende, lui
con la famiglia, i cortigiani, e così via. Ecco dunque comparire, insieme alla
città, la divisione della comunità umana tra una classe dirigente dello Stato e
una classe diretta dei cittadini. Ecco altresì che ai primi ricchi nobili fanno
da contraltare i primi contadini poveri, dato che per costoro la divisione
sociale ha significato solo sottrazione di ricchezza.
Si capisce insomma che già alle origini s’è
compiuto quello stesso ignobile sistema, - di partizione della società in parti
sociali separate - che si ritroverà intatto anche molto più tardi. Come presso
i Greci (aristòs e dèmos), nonché poi presso i Romani
(patrizi e plebei). E così via di seguito, con sfumature diverse, ma senz’altro
fino a oggi. Tanto per dire quanto sia radicato simile ordinamento
istituzionale degli uomini, distinti in ceti a seconda di ciò che possiedono, o
per così dire in base al reddito. La quale squallida mentalità alimenta proprio
quel circolo vizioso che si crea nel mondo umano. Perché ogni volta che
qualcuno s’appropria di ricchezza, non vive solo di lusso, ma peggio ancora esercita
il potere di comandare sugli altri.
Ecco quindi che lo stesso atto di
nascita della civiltà, - la città - si rivela essere un evento piuttosto sospetto.
Nonché un posto ostile, almeno mettendosi nei panni di quelli che fino a quel
momento erano vissuti in piccole comunità di campagna. Costoro che per la prima
volta si sono visti edificare un luogo di concentramento della ricchezza, e
insieme di accentramento del potere, nelle mani di un singolo uomo e del suo
“cerchio magico”. Uno che a quel punto, dall’alto del trono, disponeva di un
dato territorio, ma soprattutto della gente che ci viveva, e che lavorando
produceva più del necessario al proprio sostentamento. Così il sovrano, cioè lo
Stato in persona, concentrava su di sé ogni cosa, nell’inestricabile intreccio
d’interesse economico e politico.
Dal quale primo nodo della Storia emerge
anche la questione circa la giustificazione, o legalizzazione, o autorizzazione
che il potere s’è sempre concesso. In verità la menzogna più spudorata, per cui
i potenti fanno del proprio torto una questione di Diritto, col meschino
sotterfugio di duplicare se stessi. Fin dal principio infatti, la figura del Re
non incarna solo la sua materiale ‘persona fisica’ di essere umano, ma insieme
rappresenta altresì la formale ‘persona giuridica’ dello Stato. Di modo che la
concretezza corporea dell’uomo, - insieme alla sua palpabile ricchezza - si
confonde e consolida con l’astrattezza politica di un fantasma istituzionale. Tanto
che quello avrebbe avuto ben ragione di dire che lo Stato era lui stesso in
carne e ossa, essendo di fatto roba sua, perché sottoposto al suo personale comando.
Da cui si può intuire che lo Statista, cioè propriamente il Capo di Stato,
monarchico o repubblicano che sia, non rappresenta il popolo, ma se stesso,
mentre la gente è piuttosto una sua rappresentazione. I cittadini infatti, per
lui, sono il ‘suo’ popolo, ma proprio nel senso che a lui devono obbedire.
Si capisce così che fine ha fatto la
prima ricchezza comparsa sulla Terra, prodotta dal lavoro comune degli abitanti
di un dato territorio. Requisita dalla campagna, ha finito per essere
accumulata in città. Unica, a sé stante, ma già a tutti gli effetti capitale di
Stato. Più precisamente quei beni avanzati sono requisiti alle varie fattorie,
per finire in centro, nei grandi Magazzini, che si trovano regolarmente annessi
ai grandi Palazzi e Templi di lusso. Il che sappiamo ormai con certezza,
proprio perché plasticamente provato dagli scavi archeologici, sia in
Mesopotamia che, più recentemente, in Egitto. Ecco dunque i primi veri forzieri
della Storia, locali di rimessa, costruiti appositamente per custodire la
ricchezza prodotta a quei tempi, accumulata e messa sotto l’amministrazione controllata
dalla casta reale e sacerdotale.
Quanto agli altri uomini dell’epoca, su
di essi e la loro vita non ci sono tracce. Però vien da sé che quelli erano i
lavoratori dei campi, coloro che materialmente producevano tutto quanto ci
fosse da consumare o accumulare. Per cui almeno una cosa è certa, che per quelle
persone il costituente potere politico cittadino si rivelò una netta espropriazione.
Ormai la terra stessa non era più loro, e con essa fu sottratta anche la
ricchezza, fiscalmente confiscata. A quei disgraziati non rimase altro che di
lavorare, solo che ormai non più per se stessi. L’edificazione della città ha
ridotto i contadini dei dintorni alla condizione di sudditi, ormai sottoposti e
sottomessi, nonché costretti a un’esistenza miserabile, al limite più basso
possibile di sussistenza.
Così l’Urbanesimo, con la costruzione
della città e l’istituzione dello Stato, ha portato il Regno dell’uomo sulla
Terra. Per cui è ben prima che si parlasse d’un Regno di Dio in cielo, che quaggiù
s’è incarnata veramente quest’inedita figura del Principe, colui che ha «imperio
sopra gli uomini», come diceva Machiavelli. A quel punto un tipo del genere poteva
disporre ogni cosa. Investito ufficialmente dell’autorità ufficiale, costui
esercitava il ‘potere d’ufficio’, ciò che significa letteralmente il termine
‘burocrazia’. Dalla stanza dei bottoni del Palazzo, il sovrano era intento nel nuovo
mestiere di fare ‘politica’, parola che infatti vuol dire ‘tecnica della città’,
ma proprio intesa come Stato. Solo che quest’arte del governo non era appunto altro
che dominare un territorio, sfruttando tutte le risorse umane e naturali che
quello conteneva. Sicché non ovviamente a vantaggio del popolo, bensì dello
Stato, o meglio dei suoi uomini. In principio fu un singolo individuo, il
monotono monarca, che sulla terra e le materie prime di una data regione, s’arrogò
il diritto di dire ‘questo è mio’, benché fino a un momento prima fosse stato almeno
anche degli altri che ci abitavano. Uno che appunto, e proprio per logica
conseguenza, s’è permesso per la prima volta di dire ai suoi simili ‘adesso
lavorate per me’.
Ancora, già solo da queste prime
avvisaglie di civiltà, s’intravede anche il concetto di spesa pubblica. O sia
il fatto che lo Stato, chiunque sia a impersonarlo, è nato per spendere. Fin dai
primi Re infatti, gli Statisti non hanno
mai fatto un cazzo di niente, se non disporre di quella stessa ricchezza che
sottraevano ai popoli che l’avevano prodotta. Non a caso ancora oggi i politici
stanno lì ad amministrare, cioè appunto decidere loro come spendere i soldi
altrui, e infatti alla fine è sempre solo di quelli parlano. Dalle origini, e fino a pochi secoli fa, la
spesa dello Stato era quella fatta dal Re in persona, che appunto consisteva
nell’impiegare il sovrappiù agricolo sequestrato per “comprare” cose e uomini. In
parte dissipato nella lussuosa vita di corte, mentre il resto per spese
militari e nei grandi lavori di costruzione. Ecco quindi anche in che senso la
ricchezza sottratta alla campagna creò in città non dico posti di lavoro, ma
nuovi mestieri. Di gente che ha cominciato a vivere senza lavorare la terra, ma
facendo altre cose a servizio del Re, della Corte, o dello Stato che dir si voglia.
Tipo l’artigiano, il soldato, il funzionario, il domestico, e così via. Tutta
gente appunto “pagata” con le scorte di cibo accumulate nei Magazzini statali. Perciò
adesso è chiaro come al principio dei tempi storici il potere fosse intero,
cioè non diviso, ma economico, politico e giuridico, tutto insieme nella stessa
persona del signore di città. Il quale ordinamento peraltro, si perpetrò assai
a lungo. Tale per cui solo i membri della ristretta casta aristocratica
nascevano ricchi e potenti, mentre era impossibile che gente del popolo lo
diventasse. Solo nel tardo Medioevo,
all’epoca della civiltà comunale in Italia, i Mercanti hanno cominciato a farsi
strada in Europa.
E allora, per tirare un po’ le somme, con
questa chiave di lettura diventa più comprensibile che il problema sollevato non
è la produzione di ricchezza, bensì la sua atavica appropriazione indebita da
parte dei ricchi. Ben venga anzi quell’abbondanza generosa, sotto forma di
prodotto eccedente i costi di produzione, che scaturisce dalla nostra tipica laboriosità
e in ogni settore produttivo. Qualcosa che in effetti è quasi una sorta di dono,
tipo quelli che fa la Natura, solo che in questo caso dovuto alla prodigalità
di un puro artificio umano. Tale che, per la natura propria di quest’ingegnosa
attività, l’uomo è diventato capace di produrre spontaneamente più del
necessario, e disporre così di un’eccedenza di beni che sembra quasi una manna
dal cielo. Può quindi ben dirsi che la ricchezza sia il prodotto superfluo del
lavoro, il suo autentico valore aggiunto, concesso dagli uomini a se stessi per
il miglioramento delle loro condizioni di vita. Laddove i ricchi di tutti i
tempi, proprio quelli che pure per definizione non lavorano, tuttavia si attribuiscono
il potere d’impadronirsi del frutto più prezioso dell’altrui fatica. Se
continuano a farla franca, però, è solo perché approfittare degli altri è
legalizzato dagli Stati, che sono sempre stati i primi a farlo. Ecco quindi non
un’opinione ideologica, bensì una verità storica che spiega molte cose. Tipo come
e perché mai ancora oggi l’atto stesso del lavoro, benché sia quello che per
eccellenza ci rende esseri umani, pure sia stato praticamente sempre degradato
a quanto di peggio un uomo potesse fare.
Ecco allora, per riassumere e concludere,
il seguente sillogismo.
Premessa maggiore: la ricchezza è una
creazione del lavoro umano, e precisamente l’eccedenza di prodotto rispetto ai
consumi umani e materiali necessari alla produzione.
Premessa minore: il lavoro è per sua
natura un atto SOCIALE, cioè un interesse comune, poiché coinvolge ugualmente
tutti i membri di uno stesso territorio. Non quindi un affare PRIVATO degli imprenditori,
né tantomeno un affare PUBBLICO dei politici.
Conclusione: la ricchezza è pertinenza di
quelli che l’hanno prodotta lavorando, cioè dei popoli - tanto a livello locale
che globale. Sicché tocca a costoro decidere cosa farne.
Postilla
Spero sia chiaro che il quadro storico e
logico appena descritto, sull’origine del lavoro e della ricchezza, non è a sé
stante, cioè valido solo per quei tempi passati, appunto perché ha invece una
portata generale. Nel senso che per principio ancora adesso ogni possibile
impiego di lavoro crea un valore superiore alla spesa che serve a produrre
qualsiasi cosa. Beni agricoli, artigianali, o soprattutto industriali che
siano. Tant’è vero che solo a questa condizione, ancora oggi, un imprenditore
apre e tiene aperta la sua azienda, cioè se appunto il lavoro dei dipendenti
crea ricchezza. Altrimenti, se va non in perdita, ma già in pareggio, allora
quello chiude, perché non ha più niente di cui profittare. Una roba che dà il
voltastomaco, ma che pure è all’ordine del giorno di questo rivoltante sistema liberal
democratico cristiano, e come se niente fosse.
Come può constatare chi ha letto fino a
qui, questo ragionamento non è contraddittorio, eppure è del tutto contraddetto
dall’intero corso della Storia. Dato che un’equa partizione di ricchezza tra
chi pure ne avrebbe diritto, benché sia la cosa non dico giusta, ma logica da
fare, pure non s’è ancora mai vista, e anzi la norma è sempre stata l’esatto
contrario. Segno allora che sono loro, i fatti, a essere contraddittori. E che,
come ho cercato di mostrare, sono tali fin dall’inizio, ma proprio già solo per
il modo stesso in cui sono cominciati. Ciò che a me sembra già abbastanza per
denunciare con una certa sicurezza la qualità disumana del nostro pur
mirabolante progresso. Che, per quanto possa luccicare, è fatalmente viziato
dal peccato originale di uno sfrontato abuso e sopruso di potere, perpetrato
sempre da quegli stessi uomini che ancora adesso devono pentirsi.
Giorgio Rosati, Infod'annata, fine ottobre '17
Giorgio Rosati, Infod'annata, fine ottobre '17
Commenti
Posta un commento