Sulla conversione filosofica d’un uomo da poco
Poiché l’ho detto qualche giorno fa in ‘privato’ su fb, ho deciso di raccontare anche in ‘pubblico’, come sono diventato il filosofo del Lavoro d’ispirazione marxista che sono. Dato che, in effetti, credo sia un caso piuttosto singolare. Diciamo allora che mi faccio una sorta di “selfie” interiore, invece che della faccia, e però ‘scattato’ appunto appositamente per essere esibito qui.
Ebbene per me s’è trattato d’una sorta di colpo di fulmine, tipo quello sulla “via di Damasco”, tanto per intenderci. Solo che il mio lampo non è piovuto dal cielo, bensì m’è saettato in testa da un libro, e anzi dal singolo passo di un libro. Il cui titolo è L’ideologia tedesca, del 1845. Un’opera che già di per sé ha una storia piuttosto avventurosa. Intanto fu scritta a quattro mani da Marx e Engels, l’anno stesso in cui i due s’incontrarono di persona per la prima volta. Sicché erano ancora poco più che ragazzi (Carlo ventisette anni, e l'Amico venticinque). Inoltre si tratta d’un testo che non fu pubblicato, per cui rimase manoscritto. Ridotto cioè a un cumulo di fogli abbandonati, e rimasto sconosciuto per quasi un secolo. Sicché sarebbe di certo andato perduto, se i Sovietici non l’avessero trovato e stampato nel 1932. Per fortuna dico, appunto perché questo volume è stato il più importante per me, quello che m’ha in-segnato più profondamente. Di esso ne parla peraltro lo stesso Marx, col suo solito stile inconfondibile, quasi quindici anni dopo la stesura. Ecco come lui racconta la vicenda:
Ecco invece la differenza. Che quei due, all’epoca in cui concepirono quel concetto, - inaudito, ma proprio nel senso di mai sentito prima - portavano quasi ancora i calzoni corti. Eppure con quel breve brano, i ‘monelli’ filosofi m’hanno dato la lezione della vita, a me che ero un uomo da poco e ormai già fatto. Per questo dico che io, come tipo, non sono certo un ritardato, e va bene; ma ritardatario nella vita sì, eccome. Tuttavia mi sta benissimo così, e non mi lamento di sicuro. Perché adesso, con quello che ho in testa, me la godo a sputtanare la gentaglia d’ogni risma ...
Ebbene per me s’è trattato d’una sorta di colpo di fulmine, tipo quello sulla “via di Damasco”, tanto per intenderci. Solo che il mio lampo non è piovuto dal cielo, bensì m’è saettato in testa da un libro, e anzi dal singolo passo di un libro. Il cui titolo è L’ideologia tedesca, del 1845. Un’opera che già di per sé ha una storia piuttosto avventurosa. Intanto fu scritta a quattro mani da Marx e Engels, l’anno stesso in cui i due s’incontrarono di persona per la prima volta. Sicché erano ancora poco più che ragazzi (Carlo ventisette anni, e l'Amico venticinque). Inoltre si tratta d’un testo che non fu pubblicato, per cui rimase manoscritto. Ridotto cioè a un cumulo di fogli abbandonati, e rimasto sconosciuto per quasi un secolo. Sicché sarebbe di certo andato perduto, se i Sovietici non l’avessero trovato e stampato nel 1932. Per fortuna dico, appunto perché questo volume è stato il più importante per me, quello che m’ha in-segnato più profondamente. Di esso ne parla peraltro lo stesso Marx, col suo solito stile inconfondibile, quasi quindici anni dopo la stesura. Ecco come lui racconta la vicenda:
«Il manoscritto, due grossi fascicoli in ottavo, era da tempo arrivato nel luogo dove doveva pubblicarsi, in Vestfalia, quando ricevemmo la notizia che un mutamento di circostanze non ne permetteva la stampa. Lo abbandonammo tanto più volentieri alla rodente critica dei topi, in quanto avevamo già raggiunto il nostro scopo principale, che era di veder chiaro in noi stessi» (Prefazione a Per la Critica dell’economia politica, 1859).
E insomma arrivo alla mia storia. Era uno degli ultimi anni novanta, adesso non saprei dire di preciso quale. A quei tempi facevo ancora una vita ‘normale’, per così dire, poiché mi dedico alla ‘ricerca’ a tempo pieno dal 2008. Ero quindi ancora piuttosto disimpegnato, anche se ogni tanto leggevo qualcosa, e forse cominciavo a balbettare i miei primi aforismi. Rammento che era una tarda mattina d’inverno, e anche che mi sentivo un po’ scocciato all’idea che avrei dovuto lavorare il pomeriggio. Così mi sedetti un momento, al Sole che entrava dalla finestra aperta, con questo libro in mano. Che possiedo da quando ero ragazzo, e peraltro non è neanche un’edizione completa. Ebbene quella volta lo presi per caso lì per lì, giusto per sfogliarlo un’ora prima di mangiare. Ovvio dunque che quel testo l’avessi già spulciato prima, così come avevo già letto anche quelle due frasi di cui parlo. Solo che quella volta, appena mi capitarono sotto gli occhi, le compresi al volo. Dico proprio d’un botto, immediatamente. Ricordo anche bene che mi sentii subito euforico. Il Lavoro, mi dissi, ma certo! Avevo trovato la chiave d’accesso alla comprensione del mondo umano. Così, all’improvviso, e del tutto casualmente. Poiché so benissimo come, in quel momento della mia vita, io non stessi cercando un bel niente. Ecco allora il brano che m’ha convertito a questo diciamo così filone di pensiero:
«Si possono distinguere gli uomini dagli altri animali per la coscienza, per la religione, per tutto ciò che si vuole. Tuttavia essi cominciarono a distinguersi davvero quando iniziarono a produrre i loro mezzi di sussistenza».
Ebbene fu appunto rileggendo questo passo, che quella volta pensai in un baleno: ecco cos’è questa ‘cosa’, - il Lavoro è l'uomo stesso! O meglio ancora, l’uomo è, tra tutti gli «animali», l’unico che lavora. Poiché è appunto con questo atto che egli, - Mammifero appartenente all’ordine dei Primati - s’è distinto sul serio dagli altri esseri viventi che popolano il Pianeta. Non il bipedismo, l’andatura eretta, l’uso delle mani, gli occhi frontali, il linguaggio, il pensiero, i sentimenti di giustizia, d’amore, o quant’altro. Poiché nel fondo, e alla fine, ciò che per noi altri ha fatto e fa la vera differenza, è stato ed è appunto il Lavoro. O sia la capacità, che abbiamo appreso al principio della Storia, di «produrre» da noi stessi i «mezzi» che ci servono a vivere. Così per esempio, invece di prendere e consumare direttamente ciò che la prodiga Natura offre spontaneamente, come succede di norma a ogni forma di vita, noi altri il cibo ce lo coltiviamo per conto nostro. Ecco l’essenza stessa, la scarna, ma puntuale definizione filosofica, - insieme logica, storica, economica ed etica - della nostra specie. Il quale tratto distintivo è ovviamente esclusivo, e quindi non può valere «per tutto ciò che si vuole». Tutto il resto, infatti, è corollario, attributo, predicato di questa ‘sostanza’ umana. Poiché è un fatto incontestabile che tutto quanto il mondo civilizzato sia fondato sul Lavoro, almeno da che gli uomini hanno cominciato a lavorare. E questo è il bello.
Allora qual è il guaio. Che tale autentico, supremo valore, - essenziale ed esistenziale dell’uomo in quanto tale - sia sempre stato regolarmente calpestato, ormai da almeno cinque, seimila anni a questa parte, poiché immancabilmente sfruttato dai profittatori ricchi e potenti di turno. Purtroppo infatti, è la civiltà stessa che è nata da un abuso e sopruso di potere. Quella è partita col piede sbagliato, diciamo così, e ancora deve cambiare passo. Per questo l’intera Storia è un cumulo d’immane, feroce, odiosissima ingiustizia. Questo però è un altro discorso, che viene dopo. Perché per ribellarsi con cognizione di causa occorre prima conoscere la causa della ribellione.
Ecco dunque, detto nel più breve possibile, quello che m’è successo. Leggendo casualmente un passo di due frasi, senza avere idea di come e perché, sono arrivato a condensare il Marxismo nell’esile massima d’una sola frase: «il Lavoro è l’uomo». Per questo poi sono così scarso in letteratura marxista, perché a me è bastato imparare quello, per sapere ‘tutto’ quello che mi serviva, diciamo così. Un momento però, sia chiaro che non sono rimasto del tutto digiuno. Poiché in seguito è stato ancora il caro Karl che m’ha trasmesso la passione per lo studio della moneta. Nonché la sua stessa lezione sull’argomento, da cui ho tratto un ottimo profitto. Poi sempre a lui devo anche il fatto che mi sono avvicinato al pensiero economico di Aristotele, straordinario anticipatore della ‘Teoria del valore’. Autore dal quale mi sono poi allargato a esaminare più da vicino le dottrine che su questa materia avevano formulato i filosofi antichi e i frati medievali. Sicché non temo affatto, e anzi sono fiero di confessare che, quanto sento di essere nel più profondo dell’intelletto, io lo debba praticamente tutto a quel ‘santo’ uomo, - nonché al suo fidato Amico, ovvio. Questi sono i ‘giganti’ d’una concezione economica, culturale, morale e sociale rivoluzionaria, - sì - ma per il semplice fatto che è stata pensata a misura d’uomo. Il che è successo per la prima volta nella Storia delle idee. Grandi uomini, appunto, sulle cui spalle devo dire che mi trovo ormai da un po’ comodamente seduto.
Così, in modo un po’ strano, ma molto semplicemente, l’umanità del Lavoro è diventata la prima e più importante verità filosofica che ci tengo a far sapere in giro, per come e quanto io possa. Grato fino alla morte ai miei Maestri, che m’hanno acceso questa sorta di ’illuminazione’. Certo, io quei personaggi li stimavo fin da ragazzo, prima ancora dei miei tardi studi filosofici (1984-’88). Tuttavia non ho dubbi che quella volta me ne sono proprio perdutamente innamorato, e so che li amerò finché vivrò. Come ho alluso all’inizio, la mia esperienza è stata per certi versi simile alle storie miracolose che raccontano i preti. Anch’io sorrido quando spiego come questa cosa, per me, sia stata una specie di ‘grazia’ ricevuta, ma è così. Inoltre un beneficio tanto più clamoroso quanto del tutto inatteso. Oserei quasi dire che a me, il ri-leggere quel passo in quell’occasione, abbia fatto lo stesso effetto che ai suoi Autori lo scriverlo. Perché anch’io a quel punto ho visto «chiaro», interiormente dico. E senza neanche essere mai stato prima minimamente consapevole che fosse quello, ciò che avevo bisogno di sapere, per diventare me stesso.
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