Lettera su Engels a una mamma marxista

Cara compagna e ‘amica’ fb, l’altro giorno hai citato un’opera di F. Engels - 'L’origine della famiglia, della proprietà e dello Stato', del 1884 - che sostieni essere stata importante per te. E siccome io, filosofo marxista, ho commentato che era un testo «datato», eccomi a provare di spiegare come questa non sia affatto una battuta. Anche se mi causa purtroppo dei problemi, perché quando dico così mi vedo ingiuriato dagli stessi marxisti di ferro, quelli più seri, preparati e inflessibili. Ora, ho già parlato qui di questa cosa anche l’anno scorso, ma invano. Per cui ecco che stavolta ho deciso di rivolgere a te, che mi dai occasione, le mie ragioni. Fermo restando che ovviamente non sei obbligata a leggere. 

Allora, premetto che questo testo sia senz'altro di fondamentale importanza. E ci mancherebbe altro. Solo che il suo significato, pure assai profondo, non sta nella lettera di ciò che dice. Nel sostenere che lo scritto è «datato», intendo che quanto riferisce è storicamente superato, e già da un pezzo. Da che cosa? Dal progresso delle conoscenze storiche. È una constatazione del tutto ovvia. E però se lo dico, in questo caso gli altri mi danno del rinnegato, perché considererei “superato” Engels. E che cavolo! Come se si potesse superare chi si deve ancora raggiungere. Ecco quindi intanto, a scanso d’equivoci, cosa dice lo stesso Engels nella Prefazione del 1891 al suo libro: 

«Dalla pubblicazione della prima edizione sono trascorsi sette anni, nei quali la conoscenza delle forme originarie della famiglia ha fatto importanti progressi».

Qual è invece secondo me il senso, per certi versi anche commovente, di quest’opera. Che la voleva scrivere lo stesso Marx. Il quale infatti aveva cominciato a stendere degli appunti. Considera che era ormai vecchio, stanco, impacciato con Il Capitale fino al collo, - eppure ansioso di dedicarsi a quella ricerca. Sull’«origine» appunto, ma quella vera, del mondo umano. Anzi meglio, della civiltà, e insomma della Storia. Qualcosa che a quei tempi tutti quanti gli storici, scienziati e filosofi ancora ignoravano completamente. Mentre, riguardo alla ‘competenza’ storiografica della gente comune, faceva ancora testo unico il Genesi biblico.

Poi, altro dettaglio importante. In questa vicenda c’è di mezzo un certo L. H. Morgan, autore de ‘La società antica’ (1877). Ecco, fu la scoperta di questo studio che fece fibrillare Marx. Benché attenzione, Morgan non fosse uno specialista delle origini culturali e sociali della nostra specie. Lui era un etnologo, non uno storico. Studiava le culture primitive d’America. Tuttavia in quella sua opera egli presenta e rappresenta una sorta di modello evolutivo, appunto della cultura e società umana, che ovviamente suppone un punto di partenza, un’«origine» appunto. Si tratta di una partizione temporale del passato, diviso per una serie successiva di tappe significative. Proprio quello stesso schema che anche Engels adotta nel suo libro.

E però si tratta d’un quadro del tutto teorico, o sia un’ipotesi concettuale, e non una prova storica o archeologica che quelle ‘cose’ fossero andate veramente così, secondo la scansione proposta da Morgan. Per il semplice fatto che anche lo studioso americano, come Marx e Engels, poteva possedere soltanto le conoscenze che c’erano nell’Ottocento. Epoca in cui appunto, e lo ripeto per l’ultima volta, non si sapeva ancora niente della vera «origine» della famiglia, dello Stato, e della proprietà.

Tuttavia Marx apprezzò subito quel modello dottrinale, appena lo vide. Non però per la sua fondatezza storica. O magari anche sì, lui e Engels presero per buono quel contenuto. Nella Prefazione alla sua prima edizione, Engels definisce ‘La società antica’ come «una delle poche opere del nostro tempo che fanno epoca». 

Il che però fu normale, ed è vero, ma appunto a quell’epoca però. E comunque non è questo che importa. Quanto piuttosto il fatto che quello schema di Morgan, per la prima volta, suggeriva a Marx conferme storiche alla sua  interpretazione materialistica della Storia. Egli si rese subito conto come il ricercatore etnologo - probabilmente senza neanche avvedersene più di tanto - avesse scavato più a fondo degli stessi storici di professione. Fu così quindi, per puro caso, che il prestigioso studioso d’oltre Oceano venne incontro proprio al desiderio che aveva il nostro ‘Eroe’ del pensiero, di approfondire lo sguardo verso quella conoscenza remota. Per accedere alla quale egli andava cercando tipo un cannocchiale che gli permettesse di vedere così lontano. Poiché presagiva come a quelle distanze si potesse scorgere meglio ciò che è più vicino, per così dire. Lui sapeva ad esempio che l’ingiustizia non fosse una legge eterna di Natura, bensì un abominio artificiale e datato degli uomini. Solo non aveva le prove per dimostrarlo. E per forza, dato che quello sfregio disumano oggi sappiamo che ce lo trasciniamo dall’alba della civiltà. Poiché è quest’ultima stessa che è sorta sulla e dalla ingiustizia dei potenti. 

Poi il filosofo di lì a poco muore. Immagina anche con quale ansia, data l’incompletezza in cui lasciava la sua immane fatica. Allora ecco entrare in scena Engels. Vecchio anche lui, sconfortato dalla perdita irreparabile, nonché oberato dalla cura dell’edizione completa de Il Capitale. E tuttavia che fa costui? Si mette per prima cosa a scrivere questo libro. Il che intanto conferma quanto Marx ambisse sul serio a questo tipo di sapere. E poi dimostra quanto, per questo, l’Amico gli sia stato fedele fino in fondo. E anzi direi proprio fino all’estremo sacrificio delle forze. Perché io, pur nel mio piccolo, so quanta energia occorra consumare per scrivere una roba del genere. Ecco allora, secondo me, cosa vale veramente quest’opera. Che di per sé è l’ennesima, ultima testimonianza della grande umanità di quei cari personaggi; mentre per noi è altresì il passaggio d’un testimone di tipo culturale. Come se entrambi, ma proprio stando a come sono andate le cose, volessero dare un segnale alle future generazioni, di guardare appunto più lontano di dove erano arrivati loro, fino appunto alla “Genesi” stessa del nostro mondo d'artificio.

Cosa che direi vale appunto ben più del contenuto storico (o ‘scientifico’ che dir si voglia) di quest'opera. Il quale certo è rispettabilissimo, e proprio per i motivi che ho detto, ma senza dubbio superato ormai da un pezzo. Per questo trovo assurdo, e anzi grottesco, che un marxista (uno autentico dico) continui a ripetere quella roba a menadito, quando si parla di certe cose. Almeno per me che, di libri che pretendono d’essere sempre veri, conosco solo quello “sacro”. 

Per dire insomma che noi altri, invece di fare i pappagalli, dovremmo piuttosto sforzarci di approfondire quella ricerca che i Nostri hanno intrapreso. Con tanta dedizione, e in condizioni così difficili di vita. Loro dico, bada, non Morgan. Perché è solo nella testa d’un rivoluzionario che la conoscenza storica diventa un’arma pericolosa. Almeno quanto per i potenti lo è l’ignoranza del popolo. Infatti questo tipo di sapere, per chi combatte, non è fine a se stesso, poiché è lì, sui libri di Storia, che la nostra verità è scritta nero su bianco. E noi non possiamo che andare fieri di quei due  vegliardi malandati, eppure impegnati con entusiasmo fino alla fine, per la giusta causa dell’umanità. 

Ciao cara, e state bene, tu e i tuoi piccoli ...

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