PESACH
La Pasqua è una festa ebraica che si celebrava già assai prima di Gesù, e però con un significato del tutto diverso. Nella lingua originale la parola significa ‘passaggio’, e si riferisce al racconto della fuga degli Ebrei dall’Egitto. Più in particolare, si tratta dell’episodio in cui Dio, prima di sterminare i primogeniti degli Egizi, avverte i suoi di segnalare la loro presenza con delle tracce di sangue d’agnello sulla porta di casa. Poiché il Signore stesso, preoccupato di non commettere errori nella sua implacabile vendetta, vedendo quel segnale potesse appunto passare «oltre» (Esodo 12, 13). Una scena in verità piuttosto curiosa, perché lascia intendere che l’Onnipotente stesso, in quel convulso frangente, non sarebbe riuscito a distinguere per conto suo le abitazioni degli schiavi da quelle dei loro padroni.
Sta di fatto che in quell’evento stesso si compie la «Pesach» ebraica, e al tempo stesso se ne istituisce la celebrazione della ricorrenza. È Dio in persona che impone al popolo di commemorare lo sterminio che sta per compiersi: «Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione, lo celebrerete come un rito perenne» (Esodo 12, 14). Mentre poco dopo è Mosè che spiega meglio il senso del culto dell’agnello immolato, il cui sangue simboleggia la salvezza dei figli d’Israele dalla punizione divina. Quel rito avrebbe appunto commemorato per sempre «il sacrificio della pasqua per il Signore, che è passato oltre le case degli Israeliti in Egitto, quando colpì l'Egitto e salvò le nostre case» (Idem, 27). Inoltre anche altrove è ancora Dio stesso che raccomanda di celebrare la ricorrenza dell’efferato fatto di sangue: «Il primo mese [dell’anno ebraico], il quattordici del mese, sarà la pasqua del Signore» (Numeri 28, 10). Giorno tanto memorabile da fargli seguire l’istituzione d’una settimana di festa. Che gli Ebrei celebrano ancora oggi, seguendo alla lettera le minuziose prescrizioni stabilite nella Bibbia per l’occasione.
Laddove la Pasqua cristiana è ovviamente una roba di tutt’altro tipo. Perché in questo caso l’agnello sacrificale sarebbe immediatamente Gesù stesso. Nella completa identificazione del simbolo con ciò che esso rappresenta, e quindi nella totale confusione già solo terminologica del discorso. Infatti a queste condizioni il Salvatore incarnerebbe alla lettera tanto il Dio quanto il cucciolo animale. O sia tanto il mandante, quanto la vittima del sacrificio. Sicché non basta chiamarlo “agnello di Dio” per superare l’evidente contraddizione di una concezione simile. Almeno di sicuro rispetto alla tradizione giudea, che pure i Cristiani reputano d’aver fatta loro da cima a fondo. Giust'appunto con la differenza che l’agnello animale tradizionale è stato rimpiazzato da quello umano. Sempre innocente, e sempre vittima di sacrificio gradito a Dio. Solo che stavolta destinato a risorgere dalla morte cruenta toccatagli in sorte.
Appena per dire che la festività cristiana, pure anch’essa presa così sul serio, consiste in definitiva nello sconcertante stravolgimento del senso originale dell’omonima ricorrenza giudaica. Tale da dover fare come minimo sorridere gli stessi Ebrei. Poiché è facile immaginare come questa versione dei ‘fratelli minori’ debba riuscire loro quantomeno stravagante. In realtà l’unico nesso effettivo che può darsi, tra le due versioni della stessa cosa, è la concomitanza. Cioè il fatto che la vicenda ‘pasquale’ di Gesù s’è svolta negli stessi giorni delle antiche celebrazioni pasquali del suo popolo. Al cui assai poco, aggiungasi l’equivoco semantico dei primi scrittori Cristiani, che hanno tradotto il termine «Pesach» con ‘passione’ del Figlio. Mentre quello significa invece il ‘passare oltre’ del Padre, appunto come costui fece in occasione della sua sistematica strage degl’innocenti d’Egitto.
Ecco allora che, già a scavare appena sotto la superficie di queste così consolidate tradizioni, salta subito agli occhi almeno quanto sia precaria la presunta e tanto declamata continuità tra le due religioni dello stesso Dio. Già si capisce cioè quanto i Padri della Chiesa abbiano in realtà abusato a comodo loro delle credenze ebraiche, senza certo farsi scrupoli. Travisando completamente la dottrina vetero testamentaria, e però così sorvolando con disinvoltura anche sulla più semplice logica delle cose. In questo come nel caso di altri concetti fondamentali, i Cristiani di lingua greca e latina hanno preso di peso il lessico ebraico, e però falsificando ogni volta il senso proprio delle parole adottate. Il che non è un modo di fare esattamente corretto, almeno quando si pretende di parlare con verità. Potevano coniare nuovi termini, e invece hanno scelto di usare a sproposito quelli altrui. Proprio lo stesso contegno che quei santi uomini compilatori della dottrina cattolica hanno adottato anche con la filosofia greca e il Diritto romano, di cui non a caso hanno preso senz’altro il peggio.
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