Su Leopardi, la felicità, e la verità della vita


Garzoncello scherzoso,
cotesta età fiorita
è come un giorno d'allegrezza pieno,
giorno chiaro, sereno,
che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo'; ma la tua festa
ch'anco tardi a venir non ti sia grave.

Il sabato del villaggio, 1829

Compiaciuto dell’amore di cui a quanto pare il magnate letterario di Recanati gode anche su Facebook, mi sono deciso a commentare qualcosa in questo dì di festa. Anch’io adoro quel Canto, con quella mirabile strofa conclusiva. Che già presa così, basta da sola a mostrare che pasta d’uomo fu costui, fatto d’una miscela esplosiva d’altissima poesia e profonda filosofia. Sono parole struggenti, sì, ma proprio perché recitano con grande bellezza un’inquietante verità. Perciò intanto, caro prof, non le direi scritte da un ottimista. Tuttavia hai fatto bene a sollevare il tema della felicità, poiché in effetti è proprio di questo che si tratta. Non però nel senso che il poeta fosse felice al tempo del componimento, come appunto sembri dire tu. Quanto piuttosto perché egli qui, con una manciata di versi allegorici, rende l’autentico significato di questo fin troppo abusato concetto. 

Tanto per cominciare, quelle rime alludono chiaramente al fatto che la felicità sia una roba da ragazzi, anzi da bambini. E con ciò colgono in pieno nel segno. Poiché in effetti, almeno stando alla definizione del termine, può dirsi felice in senso proprio colui che si trova in una condizione di soddisfazione totale. Tale per cui a un dato momento uno possa sostenere d’avere tutto ciò che vuole, tanto da non poter desiderare nient’altro. Il quale requisito però, a ben vedere, non è facilmente riscontrabile, se non appunto nei piccoli che giocano spensierati. Quel chiasso «lieto» che fanno, quella gioia spontanea, peraltro tipica di molti cuccioli, è il chiaro sintomo del loro stato beato. Solo che tale proprio perché quelli sono ancora esserini innocenti, inermi e ignari di tutto. Infatti, nemmeno sanno d’essere felici. 

Mentre per un adulto il discorso cambia. A meno che, come Leopardi dice spesso altrove, gli uomini non crescano nell’ignoranza, cioè privi di pensiero, e vivano perciò come fossero ancora bambini. Poiché in caso contrario sarebbe arduo per chiunque, in qualunque circostanza si trovi, sostenere a ragion veduta di trovarsi in una condizione di totale appagamento. Di convincere cioè d’essere tanto soddisfatto da non volere altro dalla vita. In realtà si tratta di qualcosa d’incredibile da sostenere, a meno che uno non sia impazzito, oppure sul letto di morte. Altrimenti ovvio che, nella norma, il vivere stesso sia di per sé desiderio. E talmente insaziabile da casomai estinguersi appunto solo con la morte del vivente. Mentre a pensarci su riesce alquanto assurda l’idea contraria, d’un essere umano che sia felice per davvero. Dato che in sostanza questo significherebbe essere un soggetto privo di volontà, perché talmente sazio di tutto da non pretendere più niente.

A tagliar corto, con certe sciocchezze concettuali, basti solo considerare la pressione costante cui ci sottopongono i bisogni essenziali della vita. Constatare cioè già il semplice fatto che dobbiamo per forza respirare, mangiare, bere e dormire tutti i giorni, - se vogliamo vivere. E cosa sono aria, cibo, acqua, un riparo, - se non impellenti, nonché improrogabili desideri? Voglie che esigono d’essere soddisfatte quotidianamente, e a ogni costo? Per evitare altrimenti di soffrire il soffocamento, la fame, la sete, o il sonno, che incombono senza posa? Ecco, per dire che già solo queste continue, evidenti urgenze primarie, bastano a farsi beffe della felicità (come anche della correlata libertà). Certi dettagli fanno anzi comprendere l’esatto contario, o sia quanto l’intero mondo della vita sia a tutti gli effetti un regno della necessità. E che tale è in particolar modo proprio l’esistenza umana, complicata dall’essere costretta sul doppio fronte della Natura e della società. Ecco perché, almeno a rigor di logica, può ben dirsi che la felicità sia una mera chimera del pensiero, cioè una credenza radicata, ma praticamente irrealizzabile. Se non appunto solo nell’infanzia della vita, quando però s’è ancora del tutto incoscienti di certe cose.

Come si capisce dalle soavi parole che il poeta rivolge al ragazzino. Lo mette in guardia, appunto perché costui nemmeno si rende conto di star vivendo il solo autentico momento felice che gli toccherà in sorte. Finché qualcuno si prende cura di lui, il piccoletto non ha bisogno d’altro che di giocare. Gli basta poco per essere completamente appagato, quando ancora non ha tanti grilli per la testa. A quell’età il problema della felicità non si pone, mentre solo per i grandi esso diventa il desiderio di qualcosa che manca. Così, mentre i bambini sono naturalmente felici senza saperlo, gli adulti sono consapevoli di non esserlo più, e però si sognano di tornare ad esserlo. Una contraddizione che si genera da una sorta di contrasto generazionale, e che già quei pochi versi mettono in luce. Poiché di fatto l’Autore mette all’erta il fanciullo, affinché non abbia fretta di crescere. E però quando pure il messaggio filosofico della poesia è implicitamente, ma ovviamente indirizzato ad altri, cioè a chi ha già esperienza della vita. In questo caso, più in particolare ancora, lo scrittore interpella i genitori responsabili dei nuovi nati. Per avvisare appunto loro, del fatto che la fanciullezza, alla vigilia della vita, è come il sabato che precede la festa, - o sia una promessa di felicità. Una seducente, irresistibile, ma peccato solo che falsa promessa, - proprio in quanto impossibile da mantenere. Perché come la domenica si rivela deludente, rispetto alle aspettative del sabato, così fa lo stesso effetto la vita adulta rispetto all’infanzia. Laddove il guaio è la diffusa abitudine che ha la gente d’illudersi fin troppo superficialmente del contrario. Non per causa sua, ma perché indotta a farlo. Basti pensare all’ancora universalmente diffuso pregiudizio religioso, secondo cui la vita sarebbe un dono d’amore, invece che un debito di morte. Quella stessa ideologia millenaria che non a caso promette nientemeno che un’esistenza eternamente felice nell’oltretomba. Poi non solo i preti, perché ad esempio anche ai tempi delle rivoluzionarie Costituzioni americana e francese, si dichiarava solennemente come l’essere liberi e felici fosse un fondamentale diritto degli uomini. Quando pure però, ancora una volta, quelle sono appunto di per sé condizioni già solo logicamente impraticabili.

Così, tra il dilagare congiunto di pura ignoranza, crasso egoismo, e menzogne ipocrite, la pomposa nozione di felicità ha gioco fin troppo facile a imporsi. Tanto più che quella dovrebbe compiersi appunto nei sentimenti amorosi che preludono alla riproduzione. Quest’atto che, - mentre secondo Natura consiste nell’impulsiva risposta a un prepotente istinto universale, cui ogni forma di vita può solo obbedire, - per noi si stravolge chissà come nell’esatto opposto. Procreare diventerebbe non solo una scelta libera e consapevole, ma anche un gesto di generosità. Perfino una sorta d’autentico altruismo, di cui fregiarsi come d’un genuino valore morale. Quando pure è piuttosto vero che replicare la vita sia un atto di puro e semplice egoismo. Ovvio che non in senso malevolo, poiché si tratta d’un sentimento e comportamento naturalissimo, proprio in quanto istintivo, e dunque comune a tutte le specie viventi. Un atto che proprio per questo, però, neanche può dirsi essere chissà quale virtù. Infatti, non basta chiamare ‘amore’ il puro egoismo, perché questo assuma un significato etico. Laddove, con simile mutazione genetica del senso delle cose, la riproduzione degli uomini è vista come il meritato coronamento del loro sogno di felicità. Una condizione logicamente impossibile, ma che pure, messa così, si rivela  un desiderio fin troppo facile da realizzare. Dato che in fin dei conti si prospetta alla portata di tutti l’occasione di diventare felici nel privato delle mura domestiche, per mezzo dei rapporti coniugali e filiali. Altisonante pretesa, che gli altri animali se ne guardano bene dal vantare. Ecco allora anche il guaio in cui tale losca, contorta, ideologica mentalità rischia d’incappare. Che i genitori vivano nella vana attesa che la loro felicità debba compiersi in quella dei figli. Come se questi ultimi non dovessero crescere, e non fossero perciò a loro volta destinati a rimpiangere l’età perduta dell’innocenza felice. S’innesca così una sorta di psicologico circolo vizioso, in cui s’impiglia la vita d’una generazione dopo l’altra. Con gli adulti, veri responsabili,  i quali vivono nella spasmodica ricerca d’uno stato di grazia, che però è concesso solo ai bambini, loro sì vittime dell’equivoco. Poiché gl’innocenti, messi al mondo come conigli con fin troppo disinvolto ‘amore’, sono perciò stesso condannati fin dal concepimento a un’irrevocabile sentenza di morte. La gente non ha colpa d’illudersi, come ripeto, e si capisce. È del tutto naturale mettere le mani avanti con la vita, scommettere nel futuro, e quando pure senza la minima idea di ciò che si fa. Tanto più normale se tale sconsiderata leggerezza sia poi anche subdolamente inculcata da false dottrine istituzionali. Troppo comodo però, data la specie che siamo, non rifletterci almeno su, e continuare a far finta di niente. 

Ecco, lo dico tanto per fare un po’ di conturbante, ma sano pessimismo, che fa sempre bene alla causa della verità. So di riuscire indigesto, quando parlo così, negando valori consolidati quali nientemeno che la felicità, la libertà, perfino l’amore, e chissà cos’altro ancora. Tuttavia in questa roba io ci sguazzo, e per me è un dovere divulgare un sapere così raro, di cui l’amato Giacomo Magno è stato illustre maestro. Poi certo, ognuno è a sé, e reagisce a modo proprio alle circostanze. Per il poeta il pessimismo fu esistenziale, cioè vissuto direttamente sulla propria pelle. Fu sofferente a causa della malattia, la quale circostanza rese ancora più amara la consapevolezza teorica di quanto fosse vana la felicità, che pure tanto anch’egli desiderava. Per questo però fu anche così lucido, profondo, originale. Vide bene che quello stato di grazia tanto agognato, fosse in fondo giusto un frutto dell’immaginazione dei grandi, che con la fantasia si pregustano piaceri futuri. E però senza rendersi conto che così, in realtà, essi hanno lo stravagante desiderio di tornare all’impossibile spensieratezza dell’età infantile. 

Preciso questa cosa perché a volte mi chiedono a che scopo dire e sapere la nuda e cruda verità del pessimismo. Ciò che infatti Leopardi stesso sconsigliava, poiché reputava la conoscenza gravemente dannosa, in quanto causa prima dell’infelicità umana. Come se la coscienza dovesse insomma per forza abbattere, deprimere e demoralizzare l’esistenza. Mentre non è necessariamente così. Può ben dirsi infatti ad esempio che, una volta nati, prendere atto della nostra caducità non sarà consolante, è vero, ma nemmeno c’impedisce di vivere. E anzi proprio per questo, data la vita essere quella che è, sarebbe opportuno avere idea di cosa sia, prima d’affrontarla con anche minima cognizione di causa. A meno di non comportarci come gli altri animali, senza vedere oltre un palmo dal naso, e però dandoci in compenso chissà quale illusoria importanza, perché colmi di pregiudizi fino all’orlo. Laddove sarebbe invece opportuno per chiunque prendere qualche lezione di catechismo filosofico. Che col dovuto, combinato approccio storico e scientifico, rendesse nota questa ‘cosa’ misteriosa di cui siamo tutti preda in ogni fibra. Perciò dico che è comprensibile sollevare la questione circa l’opportunità d’aprire gli occhi sulla realtà, ma ciò non toglie come quella resti una domanda retorica. Ovvio infatti che la conoscenza sia ciò che ci rende umani nel senso compiuto del termine, per cui non si può sorvolare bellamente. Poi certo che si tratta di prenderla con filosofia. I detrattori della verità insinuano che ragionamenti del genere non conducono se non al suicidio della gente, o peggio all’estinzione pilotata della razza umana. Come appunto se la consapevolezza di come stiano le cose della vita, debba per forza rendere remissive le persone, passivamente rassegnate all'inevitabile destino che attende tutti quanti. Come se altrimenti, la sola alternativa non restasse quella di dire e credere le spudorate menzogne del facile ottimismo, non a caso propagato dai profittatori d’ogni risma. Ecco allora già una risposta a che può essere utile la cognizione del vero, - a fare un po’ di giustizia. Il che anzi non è neanche poco, perché intanto già questo darebbe un senso per noi al non senso della vita in se stessa.

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