Note su Pirandello


1. Commento a L’illustre estinto 

Ho letto la Novella in calendario, e siccome m’ha colpito, ho deciso di dire qualcosa in proposito, per chi fosse interessato. Sia subito chiaro che questo è il primo Pirandello che leggo, e che in letteratura sono zero, a parte forse Leopardi. Che però conosco più come filosofo, benché ne adoro la poesia. Mi rammarico di questa carenza culturale, ma non mi vergogno a confessarla, perché la devo purtroppo al fatto che non ho tempo. Tuttavia questo breve testo mi basta per farmi l’opinione di un uomo intellettualmente assai schietto. Certo, al tempo stesso ho scoperto la sua aperta adesione al Fascismo, ma la cosa non mi ha disturbato più di tanto. Perché quelle dello scrittore sono parole veraci, ben lungi dalla stomachevole retorica fascista. A mio parere questo racconto denota non solo un divertente umorismo macabro, ma anche una mordace, quasi beffarda ironia sugli usi e costumi umani. Di uno che, appunto a quell’epoca perbenista, non ha temuto di prendere in giro le azioni e credenze più assurde degli uomini, immancabili perfino nelle circostanze più tragiche della vita. Uno che tra le righe, ma senza mezzi termini, denuncia l’ipocrisia, la crassa superficialità, l’atavico retaggio delle pompose solennità istituzionali tradizionali. Insomma un penetrante satirico del principio di Autorità costituita, perfino con qualche traccia di vena anarchica, nonché un velato segnale di simpatia verso il popolo. Uno infine che, nell’indagare il fondo oscuro dell’animo umano, magari si tappa il naso, ma non si volta a guardare altrove. Per questo a me costui già piace molto, compresa la sua faccia con quel sofisticato pizzetto.
La Novella narra dunque di questo signore sul letto di morte. Un politico, uomo di potere, eppure in quella situazione da solo. Non ci sono parenti e amici ad assisterlo, ma solo il «segretario» particolare, - un dipendente devoto, ma non disinteressato, per così dire. Sicché il moribondo è solo coi suoi pensieri, ma nel disperato tentativo di non pensare alla sorte che l’aspetta. Anche perché non è credente, e quindi nemmeno può aggrapparsi al conforto religioso. Ecco allora il lampo di genio, - immaginare come sarebbe stato il suo funerale. Trovare conforto nell’idea che in quella cerimonia lui sarà ancora presente, almeno per un momento in più. Anche se pazienza che ormai non lo sarà più a se stesso, ma solo al cospetto degli altri rimasti vivi.
Ebbene qual è il presagio, come si prevede il protagonista. Morto, certo, ma intanto ben vestito, in elegante frac, nonché cosparso di fiori. Ecco però quasi subito i pensieri inconfessabili. Prima la riflessione su quell’unico suo simile che ha intorno, e che neanche gli fa compagnia, perché giusto indaffarato a prendersi cura di lui con discrezione. Un soggetto assai meschino al suo confronto, dimesso anche nell’aspetto. E tuttavia anche l’ultimo «filo» umano cui la vita del moribondo è appesa. Intanto quell’essere insignificante, già con la sua sola presenza, lo costringe a un contegno dignitoso di fronte al tragico frangente. Per fortuna, dato che un altolocato come lui deve trattenere le scenate di disperazione, restare calmo, non mostrare il terrore che prova. D’altra parte le stesse reverenze del fedele segretario gli ricordano che lui è pur sempre un uomo potente, degno del massimo rispetto, onorevole appunto. Uno che perciò è tenuto a mantenere un certo decoro fino alla fine, e anzi ancora oltre, fino al funerale.
Il protagonista per un attimo è sfiorato dalla vanità di certe cose, ma presto vi si aggrappa lo stesso, ricordando i fasti della carriera politica. Eletto Deputato a soli trent’anni, e poi diventato nientemeno che Ministro. Per cui può vantarsi della massima onorificenza d’aver giurato nelle mani stesse del Capo dello Stato, il Re in persona. Poi la tragedia, un attacco di cuore, proprio in ufficio, e pare per il troppo zelante lavoro. Cui è seguita la perdita del prestigioso incarico per motivi di salute, e la degenza solitaria. Due mesi dentro una casa presa in affitto per la convalescenza, che purtroppo sta volgendo al termine senza i frutti sperati di guarigione. 
L’onorevole si rammarica, ovvio, ma non tanto della sua condizione, bensì per qualcos’altro. Pensa che lui resta in ogni caso un uomo influente, ma che morire da Ministro sarebbe stata ben altra cosa, perché avrebbe fatto ben più notizia. Tuttavia egli confida lo stesso che al rito funebre sarebbero comunque convenute tutte le più alte cariche dello Stato. A parte il Re in persona, tutti si sarebbero scomodati per rendergli il dovuto omaggio. Così il personaggio s’immagina nei più minimi dettagli l’andamento delle proprie esequie. L’impegno dei funzionari pubblici a organizzare ogni cosa, lo sfarzoso cerimoniale, la parata, la grande partecipazione di popolo. Ecco quindi il ritratto surreale di quest’uomo che, nonostante stia morendo in desolante solitudine, pure è tutto preso dal desiderio che il suo funerale fosse un affare nientemeno che di Stato. Come dicesse che, siccome si muore una volta sola, allora tanto vale godersela, e farsi un estremo saluto in grande stile. 
La Novella poi si complica, perché l’Autore racconta prima il sogno a occhi aperti che fa il degente ancora in vita. E poi com’è andata in realtà la vicenda del fatto, seguito dal rito luttuoso. Tutto come previsto dall’onorevole, o meglio, quasi. Col finale a sorpresa, - spassoso, paradossale, e d’un’inventiva deliziosa. Ecco, basta così, mi fermo qui. E però mi permetto di consigliare, a chi intende partecipare all’evento, di leggersi prima il testo, se non l’avesse fatto ancora. È facilmente reperibile in Rete, ci vuole una mezz’ora, è scritto benissimo, e serve poi a godere meglio lo spettacolo, - o la recita che dir si voglia. 
P.S. In quelle volontà testamentarie di Pirandello che ho citato l’altra volta, sono incappato per caso, e ho visto subito quanto fossero in tema con la Novella. Tuttavia sono felice di averle trovate. Perché parole del genere, pronunciate con quello stile, e di un tale impatto anche emotivo, m’hanno confermato plasticamente quanto costui sia stato sul serio un grand’uomo. Sarà stato anche ‘fascista’, peggio per lui. Credo che probabilmente lo sia stato di fuori, per opportunismo, per la carriera della vita, ma non certo di dentro. Io per quel poco che ne so sono già convinto che lì dentro c’è stato ben altro, e di ben più profondo. Basti solo pensare in quale imbarazzo deve aver messo Mussolini la decisione dello scrittore di congedarsi dal mondo in quel modo. Nientemeno che un premio Nobel, lustro della ‘Patria’. Il quale altro che alte cariche dello Stato, altro che ironia fantasiosa. Alla fine della sua vita reale lo scrittore non ha voluto niente e nessuno attorno. Non ha voluto che restasse niente neanche di se stesso. Se n’è andato nella più estrema povertà, come a dire che la morte non si può mascherare, o peggio imbellettare con sordida ipocrisia. Agendo appunto esattamente al contrario del suo personaggio inventato, che invece voleva ci fosse la nazione intera ad accompagnarlo nell’ultimo ‘viaggio’. Al colmo dell’insensatezza, perché il soggetto del racconto sta intanto morendo solo come un cane. Ecco allora come, date le circostanze di vita e scrittura, la coerenza di questo artista si sia rivelata non solo estrema, ma anche un autentico affronto istituzionale alla sua epoca ‘nera’. Nonché uno schiaffo universale a ogni umana tradizione consolidata, ma dato proprio forte. Il che, almeno secondo la mia modesta opinione, gli fa un grande onore. Perché in quel gesto, in quell’ultima volontà, io non ci vedo il comportamento eccentrico o stravagante del genio artistico; bensì il chiaro barlume di uno spirito rivoluzionario, agitato da una sincera ansia di verità. 

2.  D’un indizio filosofico del pessimismo letterario di Pirandello 


Negli appuntamenti precedenti (con L’illustre estinto e La carriola) s’è visto prima il politico caduto in disgrazia, che in punto di morte fantastica un funerale sontuoso per una meschina ambizione. Poi è stato il turno dell’avvocato di grido, - importante, impegnato, mediamente invidiabile - eppure segretamente rammaricato di non essere diventato se stesso. Col prossimo incontro invece (su L’uomo dal fiore in bocca), abbiamo a che fare con un personaggio anomalo, intento a una singolare ‘occupazione’. Non a caso l’opera proposta, breve ma densa di spunti suggestivi, esula dallo schema consueto. Qui non c’è traccia della sottile, ma neanche troppo velata critica alla per lo più gretta mentalità borghese dell’epoca. Qui è di scena l’a quanto pare ricorrente tema scabroso, solo che stavolta preso proprio di petto. Qui si tratta più da vicino del senso della vita, che per noi esseri coscienti è contraddetto dal non senso della morte. 

Intanto faccio notare che il copione teatrale è in realtà il testo di una Novella scritta e pubblicata anni prima. Presso che uguale, solo giusto con un altro titolo, ‘La morte addosso’. Come se con questo piccolo accorgimento l’Autore avesse voluto riservare agli spettatori un trattamento diverso che ai suoi lettori. Il nuovo titolo sibillino, infatti, mantiene intatta la sorpresa fino in fondo. Dato che così riesce impossibile per chi assiste allo spettacolo anche solo immaginare quel colpo di scena finale, in cui il protagonista rivela la sua triste sorte. Conclusione che poi dà il senso compiuto delle sue parole.

Stavolta la commedia è dunque alquanto drammatica. L’unica parte che fa sorridere è all’inizio. Quella puntuale, puntigliosa, squisitamente ironica descrizione del savoir faire commerciale dei negozianti. Altrimenti, per il resto, l’impressione è che in questo caso il letterato abbia voluto piuttosto far riflettere, che non divertire il pubblico. Infatti egli qui scava un bel po’ più al fondo delle cose, e benché in modo fugace, però sembra farlo con il piglio del filosofo navigato. Quasi che il lato grottesco della vita fosse riservato solo alla superficie della vicenda umana, così come essa appare a prima vista, nella percezione immediata che ne abbiamo. Dato che, se guardata con serietà un po’ più a fondo, l’esistenza degli uomini è solo apparentemente comica, e piuttosto essenzialmente tragica. 

Sicché per cominciare abbiamo quest’uomo, in realtà senza alcun ‘fiore in bocca’, che al bar attacca bottone con un ignoto avventore seduto al tavolo accanto. Dapprima l’uomo si presenta all’interlocutore per uno attaccato alla vita come «un rampicante». Solo che dà presto l’impressione di farlo in un modo bizzarro tutto suo, dati i suoi strani discorsi. Sostiene d’aver bisogno d’immaginare la vita degli altri. Che se ne va in giro attardandosi a osservare chiunque gli capiti a tiro, purché sia però rigorosamente sconosciuto. Per poi, in base a ciò che vede, fantasticare sulla vita di quegli estranei, su ciò che potrebbe accadere loro di lì a poco.
Allora chissà che «piacere», interviene l’altro, nel passare il tempo a quel modo. Al che il protagonista risponde con una sconcertante analogia. Rivela che la sua ‘occupazione’ è quella d’essere occupato dagli altri, - ma proprio come la sedia d’una sala d’attesa. Per spiegare che, al contrario di quanto possa sembrare, simile ‘attività’ non ha proprio niente di piacevole. Perché come alla sedia non importa niente di chi le si siede sopra, così a lui è indifferente chi gli capita d’incontrare. Anzi peggio ancora, perché in quel curiosare nell’ignota esistenza altrui, egli rivela di non cercare e trovare i suoi simili, bensì il dispiacere della vita stessa, verso cui pure siamo tutti così intensamente attaccati. Sicché il latente cattivo umore dell’uomo assume via via connotati più marcatamente negativi. Diventa pessimismo cupo, disperato, e a prima vista perfino maligno. Quello strano tipo che all’inizio sembra così aperto, così attento agli sconosciuti, ma in realtà intento solo a smascherare l’insulsaggine del loro continuo indaffararsi, fin nei minimi e più insignificanti dettagli. Quasi che la coscienza di simile pochezza universale, la prova provata della vanità di ogni cosa si faccia, potesse rendere indifferente perfino la morte. 
La vita infatti, come constata a un certo punto il protagonista, è in fondo solo e sempre «ingorda di se stessa». Ecco il concetto degno di nota. Che può sembrare giusto un’espressione colorita, un belletto letterario, mentre allude chiaramente a una profonda verità filosofica. Allora qual è il punto, però. Che intanto quella cosa il Nostro la pronuncia alquanto di sfuggita. E che inoltre si tratta di un’evidente reminiscenza della dottrina di Schopenhauer (1788-1860). Il quale ha usato quella quasi stessa espressione, e però argomentandola in una voluminosa opera. Sicché io non so se Pirandello abbia frequentato il pensatore di Danzica, ma quella definizione è la prova inconfondibile di un’indubbia affinità tra i due. Tanto più apprezzabile perché l’Italiano non tradisce alcun segno d’influenza degl’ingombranti orpelli metafisici del conclamato e assai disdicevole Idealismo del Tedesco. Lo dico proprio perché qui, pur nel contesto frettoloso della battuta teatrale, il nostro Autore sembra evocare di proposito proprio il distillato prezioso di quella dottrina, per così dire epurata dalla testa delle premesse fasulle, come dalla coda delle conclusioni improbabili. 
Così il suo uomo del fiore sembra alludere al fatto che, con quella ‘ingordigia’ che la vita ha di se stessa, il «gusto» è tutto suo, e non nostro. Poiché quella brama insaziabile che la divora, è proprio la causa che impedisce a noi di assaporarla. Come dire insomma che quel desiderio esclusivo e universale, che la vita ha di vivere a tutti costi, prospera proprio al costo dell’incessante nascita e morte dei viventi. Ai quali esseri individuali sembra proprio che essa non guardi nemmeno in faccia. La vita ha anzi talmente poca cura dei singoli organismi, da farli sembrare destinati piuttosto a vittime sacrificali di quel suo cieco, tenace, istintivo, prepotente, egoistico non volere altro che se stessa. Una roba che per noi, appunto ai nostri occhi d’osservatori intelligenti, si rivela un doloroso e inutile dramma senza scopo. 
La quale lettura però, attenzione, io do appunto sulla scorta della lezione che ho appreso da Schopenhauer. Cioè senza essere certo che Pirandello volesse dire proprio questo. Comunque stiano le cose, io sarei curioso, ma alla fine non m’importa granché sapere se e quale rapporto ci sia stato tra i due intellettuali. Dal mio punto di vista, dovunque vedo spunti di radicale pessimismo filosofico, come in questo caso, io ci trovo appunto profondità di pensiero. E in questo l’inventore della benché ideologica «Volontà» del mondo e della vita, è stato appunto indiscutibile maestro. Paragonabile solo al suo contemporaneo sommo genio di Leopardi. Maestri di vita, appunto, che hanno colto nel segno di questa ‘cosa’. E benché a quell’epoca nessuno avesse ancora la più pallida idea di cosa la vita sia veramente in se stessa, - dico dal punto di vista storico e scientifico. Per ripetere insomma che il pensatore tedesco è stato un tipo anche umanamente assai controverso (a netta differenza del nostro poeta filosofo). E tuttavia ugualmente degno di attenzione proprio per la sua lucida, inedita e inaudita visione di questa realtà così sensibile che ne va della nostra stessa pelle. Uno che va quindi preso con le molle di molte riserve, ma altresì per un indubbio pezzo da novanta, data la fragorosa cannonata che ha sparato nella calma piatta del pensiero occidentale. Come del resto si sono presto accorti anche i Nietzsche, i Freud, e compagnia bella. 
Io ci terrei anche a spiegare cosa sia per me ciò che chiamo sano pessimismo culturale, - di contro al facile, comodo, per lo più ipocrita e vano ottimismo di maniera - ma non voglio abusare dell’attenzione. Sicché, lasciando in sospeso questo e il finale del racconto, concludo che per me è stata un’altra piacevole e confortante sorpresa. Per quanto strano possa suonare, dato il tenore dell’argomento, ma non ci posso fare niente se questo è l’effetto che mi fa la verità. Per cui sono contento di confermare l’ottima opinione che, grazie alla fortuita occasione, mi sto facendo del caro Siciliano dal funerale tutto d’un pezzo.

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