IUS SOLI
Sul rovescio del Diritto
IUS
SOLI: ‘diritto di suolo’, - naturale, innato del bambino.
IUS
CIVITATIS: ‘diritto di cittadinanza’, - artificiale, concesso dallo Stato.
Con la battuta del post precedente non ho inteso giocare, né scherzare, e tantomeno creare confusione. Al contrario, l’ho pubblicata solo per fare un po’ chiarezza sul vero significato delle parole usate a sproposito. E proprio per denunciare il linguaggio equivoco del dibattito pubblico in corso. Appunto perché gli esperti parlano di ‘suolo’, e però lo intendono come ‘cittadinanza’. Quando pure invece le due cose sono assai diverse, e anzi per certi versi opposte. Come io dico, il primo è un universale diritto naturale dell’uomo, mentre l’altro è un particolare diritto civile del cittadino. Perciò adesso, siccome la questione è spinosa e riguarda i bambini, cerco di spiegarmi meglio.
Ebbene che cosa sia, tale IUS SOLI l’ho in sostanza appena
detto. In termini generali e comprensibili,
questo diritto stabilisce che qualunque essere umano, dovunque gli capiti di
nascere e crescere, fa naturalmente
parte di quella data comunità e di quel certo territorio dov’è nato e
cresciuto. La quale non è un’opinione, ma la constatazione evidente di un puro e
semplice dato di fatto. Tutti quanti per vivere hanno bisogno, quindi diritto,
di un posto dove stare e di gente con cui stare. Tanto da non essere nemmeno
una questione di principio, ma un concetto talmente ovvio da rasentare il
banale, perché a non riconoscerlo, cioè a negarlo, s’incorre semplicemente
nell’assurdo. A maggior ragione questa regola non fa eccezioni, perché tutti i
neonati del mondo hanno questo diritto di partecipazione al proprio ambiente
naturale e sociale, qualunque e dovunque esso sia. Ecco allora che si tratta
propriamente di un diritto universale, ma in questo caso proprio specifico del
bambino, prima ancora che dell’uomo. Perciò io dico che è un diritto naturale, prima
e piuttosto che legale, perché lo riconosce già il semplice ma sano buon senso
comune. Il che lo rende per così dire giusto in sé, tanto da rendere superfluo,
e perfino assurdo codificare una roba del genere. Non a caso il diritto al ‘suolo’
è esattamente lo stesso che il diritto di vivere, cioè per natura innato,
proprio in quanto entra in vigore già col solo fatto stesso della nascita. Se
però è così, allora questo IUS SOLI è inalienabile, cioè tale che nessuno lo può
dare, né togliere. Ecco forse perché i politici parlano di questo, ma per
intendere altro.
Detto ciò in teoria, arrivo alla scabrosa pratica della
questione. Scopriamo che un principio come questo, nemmeno dico etico, ma
logico elementare, è a tutt’oggi regolarmente calpestato, cioè che i bambini
sono per legge discriminati, e nientemeno che in base alla nazionalità dei
genitori. Beninteso, bimbi magari di colore diverso, ma nati e cresciuti in
Italia. Da parenti che, se pure immigrati, vivono anch’essi lì, su quel
territorio e tra quegli Italiani in mezzo a cui i loro figli nel frattempo sono
venuti su. E insomma ecco la sorte che riserviamo a queste persone, peraltro
non senza una certa subdola spietatezza. A prima vista infatti, succede che quei
ragazzini possono tranquillamente vivere nel ‘suolo’ nativo, e integrarsi tra le
persone che lo abitano. Anche perché, se i familiari sono in regola, niente e nessuno
lo impedisce. Nel qual caso poi, quando questo accade, la prole è già in tutti
i sensi e a tutti gli effetti partecipe, cioè inclusa nella comunità d’appartenenza.
Sicché non ci sarebbe problema, se non fosse per la gigantesca contraddizione
giuridica che questi piccoli, pur essendo inseriti di fatto, però non lo sono
di diritto, e anzi sono proprio rifiutati a priori dal Diritto. Dato che il
nostro Ordinamento impone a quei ragazzini, in modo implicito ma automatico, lo
statuto ufficiale di estranei dalla nascita. E lo fa ancora adesso come sempre.
La quale sconcezza è stabilita proprio dalle norme dell’ultima
riforma sulla cittadinanza attualmente in vigore (Legge n. 91 del 5 febbraio
1992). Dove intanto è stabilito che qui da noi questo è un diritto di nascita,
ma con la clausola che spetta solo o ai figli degli Italiani, oppure a quelli
di genitori ignoti. Ecco che razza di cavillo ha inventato quella gentaglia,
per escludere così, e senza neanche il bisogno di nominarli, i figli di
genitori immigrati. Quei piccoli che, non avendo così riconosciuto il diritto
di far parte della loro stessa patria, sono per forza destinati a nascere e
crescere da stranieri. Sicché abbiamo davanti un vero e proprio sotterfugio
legale, ma non meno intollerabile della più volgare discriminazione razziale. E
il guaio è che gli uomini delle Istituzioni questa roba ce l’hanno proprio nel
sangue, perché se la trascinano dietro fin dall’alba della civiltà. Altrimenti
non si spiega una tale accurata distinzione di trattamento dei bambini, fatta
sulla base di simili motivi. Talmente assurdo che, seppure siano nati e vissuti
insieme, però i figli di stranieri sono tacitamente declassati. Infatti
costoro, proprio perché privati della cittadinanza, perdono ogni diritto, anche
quello innato di appartenenza al loro ‘suolo’. Così siamo alla solita,
antiquata e radicata mentalità istituzionale dei potenti. Perché è sempre a
loro convenuto prendere spunto dalle naturali differenze fisiche, - di tipo
somatico e geografico – solo per disporre artificiali distinzioni giuridiche.
Quando pure in questo modo è il diritto stesso a rovesciarsi in privilegio.
Proprio quello che succede ancora adesso qui da noi, che se il nascituro è
bianco ottiene il riconoscimento di cittadino, mentre se è di un altro colore
no.
Il risultato di questa barbarie giuridica è che quei ragazzi,
arrivati all’età della ragione, devono prendere atto d’essere messi legalmente
da parte. Gli tocca di sentirsi ridotti alla stato di appartati, ma proprio nel
senso letterale del termine, e quindi come strappati dalle loro stesse radici.
Così quegli adolescenti scoprono, e adesso noi con loro, che l’apartheid, come
si dice in inglese, vige indisturbato tra le pieghe della nostra efferata macchina
della “Giustizia”, che non a caso ci trasciniamo dietro fin dal tempo dell’efferata
civiltà romana. Ecco allora un chiaro esempio dello squallore morale e
culturale di simile tradizione, la sua profonda disumanità, e le conseguenze
disumane che provoca. Perché solo un atavico retaggio d’ingiustizia
istituzionale, può spiegare l’infame consuetudine d’imporre a dei bambini la
condizione di estranei nella loro stessa terra d’origine, e solo perché nati da
genitori immigrati. Per la Legge, indifferente anche alla regolare residenza
della famiglia, quei piccoli sono comunque stranieri per natura, cioè appunto
dalla nascita, e tali restano finché i Legislatori non si degnano di ratificare
diversamente. Col che ci poniamo esattamente sullo stesso piano giuridico di
una volta, quando era stabilito d’ufficio che i figli di schiavi dovessero per
natura nascere e rimanere schiavi, salvo avviso contrario. E tanto per dare
un’idea di dove veniamo, ricordo ancora appena che non solo per i Romani, ma
anche per i Greci gli stranieri, proprio perché tali rispetto a loro, erano
considerati naturalmente schiavi.
Ecco forse perché tutta questa discussione riesce alquanto
sospetta, anzi proprio fasulla, e il dibattito sembra fatto apposta per portare
fuori strada. Perché pur resi consapevoli di una prassi legale tanto illogica e
immorale, tuttavia se ne parla come se niente fosse, come per tacere una verità
scomoda. Così che quest’enorme assurdità, tragica perché vera, continua a
passare indenne sotto silenzio. Mentre gli oppositori al provvedimento
sbraitano ai quattro venti i loro insulsi, decelebrati, meschini argomenti.
Né la questione finisce qui, perché il colmo per questi
bambini, oltre il danno subito finora, è la beffa della riforma (*) che li
aspetta, sempre ammesso che i politici riescano a farla passare. Ecco comparire
la nuova ipocrisia giuridica dello IUS CULTURAE. La quale espressione indica
chiaramente il ‘diritto alla cultura’, che peraltro è anche questo naturale
dell’uomo. Solo che di nuovo i legislatori parlano di una cosa ma l’intendono
per qualcos’altro. Così stavolta evocano la ‘cultura’, invece del ‘suolo’, e
però sempre per dire ‘cittadinanza’. Tanto che questo confuso progetto
legislativo, almeno così com’è, in realtà cambia assai poco. Anzi se possibile
è ancora più degradante, perché in questo caso la cultura, invece che un
diritto innato di questi ragazzi, è ridotta giusto a un mezzo per fargli
ottenere la cittadinanza.
Intanto sia chiaro che neanche la legge in discussione
ratifica il diritto universale di ogni bambino al proprio ‘suolo’. Per cui di
nuovo, già solo non facendolo, si lascia aperta la possibilità di negarlo a
qualcuno. Proprio quello che appunto fa anche questa riforma pappagallo, e con
la solita spudorata ipocrisia. Perché non dice apertamente che i figli di
genitori immigrati sono legalmente discriminati, però li discrimina imponendo
loro, a differenza degli altri, i requisiti necessari cui devono sottostare per
ottenere il diritto di cittadini. Il quale diritto, attenzione, è negato per
nascita, ma non per sempre. E infatti già adesso quei ragazzi lo possono
ottenere, giusto alle condizioni stabilite attualmente. Cioè che abbiano
compiuta la maggiore età, che nel frattempo siano rigati dritti, che facciano
formale richiesta in carta bollata, che paghino i relativi tributi, e che
giurino fedeltà, nonché obbedienza, all’autorità dello Stato. Invece qual è la
novità introdotta dalla nuova proposta di legge, che per così dire accorcia i
termini della prescrizione. Questi geni s’inventano infatti che basta il
conseguimento della licenza elementare, per accedere e provvedere alla pratica
burocratica necessaria a conseguire il diritto.
Sicché alla fine la differenza è che quelle persone
discriminate dalla nascita, già a dieci potranno mettersi in regola e vedersi
riconosciuti, invece d’aspettare l’età adulta. Così, secondo lo spirito dei
riformatori renziani, prima questi piccoli si prenderanno un titolo di studio,
e prima si potranno regolarizzare, - ma non prima, bensì appunto solo dopo. Col
che resta appunto intatto lo scandalo giuridico, per cui quegli innocenti
continueranno comunque a nascere stranieri nella loro terra e comunità
d’origine. A chiara conferma che per l’ennesima volta anche la nuova legge,
invece di fare giustizia, stabilisce giusto un’ingiustizia di otto anni più
breve di quella attuale. E questo succede non per caso, ma com’è sempre successo
per la conquista dei diritti civili. Ogni volta con gli Stati che fanno
concessioni, e però solo mettendo fine ai loro stessi torti precedenti. Ecco
perché io dico che i promotori di questa legge sono quasi più patetici degli
oppositori, e anche più abietti, nella misura in cui s’atteggiano a
progressisti.
La quale triste vicenda conferma comunque alla fine che, del
concreto essere parte di ogni nascituro alla propria terra e comunità, la Legge
proprio se ne infischia, ma anche per i figli degli Italiani. Mentre ciò che
importa agli Statisti è invece una pura astrazione, ossia l’appartenenza degli
individui allo Stato. Sicché, peggio ancora, il diritto reale dell’uomo al
‘suolo’ di casa, al proprio luogo vitale, non conta politicamente un bel
niente. E sì che si tratta di un diritto limitato, locale, ma che pure ha una
valenza reale, proprio perché riguarda direttamente l’esistenza delle persone. E
invece proprio questo diritto universale dell’uomo è taciuto dalla
giurisdizione, sacrificato sull’altare del diritto assai più formale e parziale
di cittadino. Che intanto anche questo è un termine equivoco, perché uno è
casomai cittadino di città, mentre dello Stato si è piuttosto connazionali. Comunque
sia e infine, tale connazionalità, una volta concessa, dà diritto a che cosa?
Al territorio della Repubblica, recita il Codice. E quando mai, quello è
casomai dello Stato, non dei cittadini. Ecco allora che non resta molto, se non
un sofisma giuridico, per cui si stabilisce con valore legale l’assurdità che
un palermitano appartiene allo stesso territorio di un milanese. Non meno
logicamente eccentrico di quando duemila anni fa gli abitanti di mezzo mondo
erano dichiarati e considerati cittadini di Roma. Ecco perché posso ormai dire
con una certa certezza che la stessa nozione di cittadinanza è di per sé
sospetta, - tanto guardando ai cittadini che la ricevono, quanto agli Stati che
la concedono, o negano. Di certo qualcosa d’assai più evanescente, nonché assai
meno rassicurante di quanto non si creda. Un sedicente diritto che in realtà sa
tanto più di dovere che altro.
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